FOTO CHOC
Attraversiamo un tempo durante il quale le immagini risultano assolutamente
più performanti delle parole. E mi capita spesso di ricevere sul mio smartphone
una serie di messaggi dove non c’è neanche una parola del vocabolario italiano
o di qualsiasi altra lingua ma trovano spazio foto, screenshoot o quant’altro.
Ci sono immagini che non necessitano, quindi, neanche di didascalie
esemplificative e, nonostante la cosa mi susciti, generalmente, una profonda
irritazione, ne prendo atto e tento di comprendere il fenomeno.
Ecco, poi aprendo i giornali del mattino spunta quella foto scattata
all’aeroporto di Newark, Stati Uniti d’America. Nove migranti latinos ben
incatenati, mani e piedi, rigorosamente scortati da agenti federali in procinto
di essere imbarcati su un aereo che li riporterà nelle loro terre d’origine.
Tornate a casa vostra!
E, sotto, stavolta la didascalia che spiega come il governo statunitense
del presidente Donald Trump mantiene le promesse fatte. E le mantiene sin dai
primi giorni, ostentando un cinismo, una ferocia nei confronti dei più deboli
che desta parecchia inquietudine.
Neanche troppa però, Solo qualche anno fa, certe immagini avrebbero
suscitato chissà quale moto d’indignazione anche da parte di governi di paesi
occidentali e dichiaratosi portatori dei sinceri valori della democrazia.
Stavolta, invece, solo qualche sussurro, impegnativi editoriali di cronisti
e redattori e una sequenza di messaggi di congratulazione dei tanti haters da
tastiera.
Da quest’immagine emerge, complessivamente, un diffuso sentimento di
disprezzo e di odio nei confronti dei più deboli, degli ultimi, di quei
poveracci che hanno avuto la sventura di nascere nei posti più sfortunati del
pianeta. Soggetti ai quali non viene offerta alternativa; debbono morire di
fame nel loro paese senza recare danno agli opulenti abitanti del ricco occidente
e senza attentare ai sacri valori della proprietà privata. Queste e altre
considerazioni, più o meno illuminate e raffinate, si potrebbero aggiungere.
Forse inutilmente perché, in fondo, può bastare un’immagine, una fotografia per
spiegare quel baratro verso il quale sta sprofondando la ricca civiltà
occidentale.

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