GIURATO DUE di Clint Eastwood
E così’ alla veneranda età di novantaquattro anni, il vecchio (proprio vero) Clint Eastwood ci regala la sua ennesima regia, esattamente la quarantaduesima. Che possa essere l’ultima è possibile e, forse, anche probabile senza mettere limiti alla fatidica e divina provvidenza.
Questa pellicola, lunga meno di due ore, ‘Giurato due’, a parer mio non è
un capolavoro, né la migliore opera del buon Clint. Insomma, e per citare
un’espressione che sento spesso, non è un ‘filmone’.
Tuttavia, è una storia raccontata bene, in modo asciutto e senza troppi
virtuosismi o complicazioni esasperate.
Una storia che sfiora il ‘crime’, con il protagonista, un uomo poco più che
ragazzo con un passato tosto da alcolista e una nuova vita iniziata con una
compagna dalla quale aspetta un figlio e una carriera da giornalista, che viene
chiamato a fare, appunto, da giurato in un tribunale. Siamo nello stato della
Georgia e il caso è abbastanza drammatico quanto e apparentemente di facile
soluzione. La morte di una giovane donna ritrovata a pezzi, gettata o caduta da
un cavalcavia. La prima che ho scritto, sembra questo il convincimento generale
dell’accusa e dei giurati quasi al completo e l’assassino non potrebbe che
essere il suo compagno con il quale aveva fortemente litigato poco prima in un
bar. Tutto risolto con la giuria che può emettere il proprio verdetto nel giro
di qualche ora? Niente affatto perché c’è il colpo di scena.
Il nostro protagonista, infatti, si trovava quella sera nello stesso bar e
ha assistito al litigio tra i due compagni. Poi, uscito dal bar è salito in
macchina, quindi, ha urtato qualcosa. Un cervo, ecco, aveva sempre pensato a
questa eventualità ma, ora, non può esserne più convinto. E se la donna fosse
stata vittima di una sua incauta manovra, quindi morta per un omicidio
stradale? A questo punto il nostro giurato numero due è devastato dai sensi di
colpa e si domanda se è il caso di confessare le proprie e presunte
responsabilità o accodarsi agli altri giurati e proclamare, senza indugio, la
colpevolezza del povero imputato condannandolo al carcere a vita?
Un film, quindi, che ci interroga su questa robaccia dei sensi di colpa,
sul principio di responsabilità e, perché no, sul rapporto tra giustizia
(quella dei tribunali) e verità dei fatti. La giustizia non è verità è, forse,
la citazione più significativa del film. E quest’aspetto in tempi di facili
giustizialismi dovrebbe, davvero, far riflettere. Perché i tribunali valutano i
fatti e giudicano persone con un’osservazione che coglie alcune angolature. Non
tutte. E non sempre attraverso le loro sentenze è possibile ritrovare la verità
di quanto realmente accaduto.

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