SCIOPERO GENERALE

Una delle notizie di giornata riguarda il diritto di sciopero e un personaggio che, incredibilmente, fa il ministro. Il TAR della Lazio ha dato retta a un sindacato, l’USB, e torto, appunto, al ministro delle infrastrutture e  dei trasporti, al secolo Matteo Salvini che aveva disposto la precettazione riguardo a lavoratori e lavoratrici del trasporto pubblico locale e nazionale.

Mai, come in questo periodo, il diritto di sciopero è stato messo in discussione. Ascoltando i discorsi da bar o da corridoi di posti di lavoro dove la coscienza politica e sociale sta ai minimi termini, mi accorgo come il sopra citato diritto sia considerato, ormai, una roba da perdigiorno, al più, un cosa assolutamente inutile.

A questa narrazione hanno contribuito diversi fattori. Gli errori (o gli orrori) di sindacati che, soprattutto negli ultimi decenni hanno sostanzialmente abdicato alla loro naturale funzione di organizzazioni conflittuali. Firmando contratti e accordi che hanno progressivamente peggiorato la condizione di lavoratori e lavoratrici in qualsiasi settore

E, poi, si è imposto nel tempo un modello ‘corporativista’ che nega, appunto, qualsiasi conflitto tra capitale e lavoro, tra padroni e lavoratori. I padroni non esistono quasi più, e vengono etichettati, ormai, come imprenditori o datori di lavoro. Meritevoli di riconoscimenti economici e finanziari in qualsiasi legge di bilancio che si succeda negli anni.

Tornando però e più strettamente al diritto di sciopero e, in specie, a quello relativo al trasporto pubblico mi è capitato di ascoltare commenti di persone irritate con questi lavoratori che, a loro dire, sciopererebbero per sport, per diletto o per farsi un fine settimana in qualche località vacanziera. Dimenticando, peraltro, che autobus, treni e metropolitane circolano tutti i giorni, sabato e domenica compresi.

Ricordo quando lo sciopero era un diritto sacrosanto e guai a chi ce lo toccava. E ricordo, ancora, una mattinata di una vita fa. Anche le scuole erano chiuse,  presi un autobus diretto verso il centro e a un certo punto salirono tante persone con bandiere e cartelli. Erano grossi, forse operai metalmeccanici, tuttavia con quelle facce vissute attraversate da qualche bel sorriso stampato in viso in quel giorno di lotta mi fecero subito simpatia. Ma erano altri tempi e nessuno si sognava d’insultare chi scioperava e, forse, mai e poi mai un ministro si sarebbe permesso di disporre precettazioni un giorni sì e l’altro pure.

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