THE SUBSTANCE di Coralie Fargeat

Premessa necessaria, non sono un appassionato di film horror. Non mi piace vedere il sangue e, alla vista di un ago, abbasso la testa. Niente, ognuno ha le paure che si merita.

Scritto questo, sono andato a vedere questo film della regista francese Coralie Fargeat, alla sua seconda opera dopo l’acclamato ‘Revenge’, con grande interesse e curiosità. Il tema trattato, quello della ricerca dell’immagine e di una sorta di eterna giovinezza mi rende particolarmente sensibile.

Protagonista è un’attrice e conduttrice di un seguito programma televisivo di aerobica dedicato, soprattutto, a donne casalinghe. Il personaggio in questione è interpretato da Demi Moore ed è una cinquantenne che, improvvisamente, viene messa alla porta dal produttore, un uomo di gran lunga più vecchio di lei e dalle pose e i comportamenti non certo edificanti.

La donna, visto che i guai non vengono mai soli, resta vittima di un incidente automobilistico dal quale resta comunque illesa. Tuttavia, in ospedale, le viene consegnato un kit il cui utilizzo le permette di ringiovanire di un quarto di secolo.

E, così, la nostra protagonista decide di rischiare, di provare questo singolare esperimento che le consente di vivere, a settimane alterne, la condizione di donna cinquantenne e, poi, in una versione più giovane e bella che le permette, tra l’altro, di riprendere la conduzione del fortunato e citato programma televisivo. Attenzione, però, è scritto anche nel kit che le è stato consegnato, lei resta una, unica e indivisibile e guai a usare il congegno in modo non appropriato. Indicazioni che non vengono seguite alla lettera dalla nostra protagonista che, nella versione più giovane, è interpretata da una splendida Margaret Qualley nei panni di Sue. La coscienza della donna sembra scindersi in due parti e le due versioni, quella originale della cinquantenne e quella trasformata della giovane donna entrano in conflitto con esiti disastrosi.

Un film che, quindi, ci parla della ricerca dell’immagine, della paura d’invecchiare e della fobia nel mantenere sempre un corpo giovane e bello. Fobia che, nel film, è riferito soprattutto e riguardo alle donne e che ripropone temi interessanti come quello dei corpi femminili sessuati e di uno squallido mercato nel quale l’oggetto è rappresentato dalla figura femminile mentre il consumatore finale è sempre definito da una figura maschile. Nella fattispecie, spicca questo produttore di programmi televisivi d’intrattenimento, una specie di porco misogino e maschilista.

Un film di spessore non a caso destinatario di premi e riconoscimenti. Che, tuttavia, desta qualche perplessità in alcune scene esageratamente cruente. Ma questo è il genere horror e guardare film di questa specie, in fondo, non è un obbligo né un perentorio consiglio del medico. Quindi, non lo consiglio a chi, come me, è refrattario alla vista del sangue o, addirittura, a quello degli aghi, subendo il timore, pure, di un semplice prelievo del sangue. Per gli altri, soprattutto cinefili incalliti, assolutamente da vedere. Perché, comunque, fa riflettere, eccome. Alla prossima sala.

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