L'IMPREVEDIBILE PIANO DELLA SCRITTRICE SENZA NOME di Alice Basso

Vani Sarca è una donna tra i trenta e i quarant’anni ma che, nel look e nei comportamenti, sembra ancora una post adolescente. Vive a Torino, esattamente a Torino nord zona tutt’altro che chic, e lavora per una casa editrice. Più precisamente fa la ghostwriter, ovvero scrive libri commissionati da altri; normalmente da personaggi di pubblica rilevanza che non hanno tempo e/o capacità per scriversi, appunto, un libro da soli.

E svolgendo questo lavoro s’imbatte in una serie di personaggi. Il capo, chiaramente, un tal Enrico che ricalca lo stereotipo del maschio stronzo e di potere. I tipi per i quali, invece, scrive libri, quelli no, generalmente non le è dato modo d’incontrarli e conoscerli. Non è opportuno e, si direbbe, neanche deontologico. Poi, però, arriva l’eccezione e, su input del capo Enrico, la nostra Vani è costretta a conoscere Riccardo Randi. E dal lavoro si passa presto all’affinità sentimentale con sviluppi più o meno imprevedibili. Per un’abbondante parte il libro ci racconta della quotidianità e della storia di questa stravagante ghostwriter, metallara fuori tempo massimo e in costante conflitto col mondo circostante e con la gente che le capita d’incontrare. Con qualche eccezione, ad esempio la piccola Morgana, una studentessa liceale che abita nella sua palazzina e che le ricorda proprio i tempi della sua adolescenza.

Quindi, e nella seconda parte di quest’interessante romanzo, il racconto asciutto di una vita particolare si tinge di giallo. Arriva, insomma, la storia misterica, il poliziesco con nuovi personaggi. In particolare, il commissario Berganza che l’autrice nell’intervista pubblicata nelle pagine finali e a margine del suo libro, definisce come il suo preferito e meglio riuscito. Un commissario che ricorda alcune figure assai note nella letteratura del genere, il poliziotto lontano dagli stereotipi del tipo brusco e ignorante e che, insolitamente, si presenta come colto, raffinato e dedito alle buone letture. Insomma, una specie di Poirot o di Maigret.

Un libro sorprendente e che ho scelto tra gli scaffali di una libreria fidandomi del mio intuito da lettore onnivoro e compulsivo. E, devo dire, che tale scelta mi ha soddisfatto anche se, onestamente, ho preferito la prima parte, quella incentrata sulla quotidianità della protagonista e piena di accadimenti e battute ironiche e taglienti alla seconda nella quale prevale, come scritto sopra, il genere poliziesco, noir, con un eccessivo apprezzamento verso il commissario Berganza che, per quanto uomo di discreta cultura, resta pur sempre una guardia. Detto nel linguaggio un po’ popolare e che, forse, si addice anche a quella Torino nord dove è ambientata buona parte della storia.

Libro che suggerisco e non escludo di leggerne altri della stessa autrice che si è rivelata, per conto mio, una piacevole sorpresa.

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