DISCONNESSO
Ho provato a disconnettermi. E non mi riferisco a questioni legate alla sfera lavorativa o all’utilizzo del cosiddetto ‘smart working’. Mi riferisco. Invece, a modalità di disconnessione che attengono a dimensioni personali e private e all’utilizzo di social ma, soprattutto, di programmi di messaggeria rigorosamente aggratise.
Uno, in particolare che, pare, sarà utilizzato anche per ricevere ricette mediche.
Non è un periodo allegro e non sono del giusto umore. E, poi, semplicemente non mi va di rispondere a messaggi ricevuti nel normale giro chatterino.
Tuttavia, non si può neanche più sparire in pace che qualcuno, inevitabilmente, lo nota. Ed ecco, quindi, che arriva il messaggino, come stai, è successo qualcosa? Leggendo questi messaggi, ho subito ascoltato un famoso e geniale pezzo di Fabrizio De André. ‘Amico fragile’, e quella strofa che fa, e poi sospeso tra i vostri come sta…
Ma come comportarsi in questi casi? Far finta di nulla, non rispondere facendo credere, magari, all’interlocutore di turno la presenza di qualche grave problema? Oppure, limitarsi a una sintetica affermazione e chiedendo, comunque, una pausa, un silenzio almeno per qualche giorno.
Ho scoperto, comunque, che è possibile eliminare le cosiddette ‘spunte’.
Ovvero, fare in modo che chi invia messaggi non abbia la certezza dell’avvenuto
ricevimento. Ovvero, posta ordinaria e non raccomandata con ricevuta di ritorno
si sarebbe detto un tempo. Un buon metodo che garantisce il diritto alla
disconnessione e al silenzio senza che qualcuno possa amareggiarsi o,
addirittura, preoccuparsi troppo. Per il resto, va tutto bene, me rode
solo un po’ er culo. E non mi sento di compagnia, quindi astenersi
perditempo e utilizzatori compulsivi di chat rigorosamente aggratise.

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