MESCOLE

E’ lunedì, c’è il cielo nero, una pioggerellina che sa di tristezza e malinconia. Tutto perfettamente in linea con il mio umore. Ho trascorso una notte agitata e quasi insonne e, non mi vergogno a dirlo, la causa è legata al momento assolutamente negativo della mia squadra del cuore.

Facile citare il grande Nick Hornby nello straordinario ‘Febbre a 90’ quando scrive; il calcio ha rappresentato e continua a rappresentare troppo per me e alla fine si mescola tutto . Così, non riesci a capire se la vita è una merda perché la tua squadra perde sempre o viceversa.

Da soggetto estremamente razionale, ai limiti del cinismo, mi sono interrogato spesso sui motivi per i quali il mio umore, addirittura la mia salute fisica e mentale dipendano, troppo spesso, da qualcosa sulla quale in fondo non posso intervenire. Se la Roma vince o perde, in ultima analisi, non dipende da me, non ho alcun merito per le sue vittorie o demeriti per le sconfitte. O no? Perché, poi, alla fine il tifoso in quanto ‘parte necessaria’ di un qualcosa di ben definito si sente artefice o responsabile almeno in una piccola misura di quanto avviene.

Rifletto sulla mia condizione nei momenti di estrema amarezza causati dal tifo calcistico. Cerco di metabolizzarli, scaricando la mia rabbia per quanto posso, soprattutto isolandomi dall’ambiente circostante. Evitando, accuratamente, tutti coloro che pensano, magari anche con qualche fondamento, che è assurdo prendersela troppo per questioni legate a una squadra di pallone. Addirittura  a uno sport che è solo business, affari e potere e, all’interno del quale, noi tifosi siamo solo dei poveri fessi da usare e da spremere come limoni. Semplici clienti o poco più.

Ma, per chi ha preso questa malattia sin da bambino è difficile comportarsi da soggetto razionale. Ci sentiamo, come scritto sopra, di appartenere alla nostra squadra del cuore insieme a tanti altri correligionari. E ne siamo anche fieri e orgogliosi. La nostra passione pallonara è parte della nostra vita e se non tutti possono capirlo, pazienza.

Intanto guardo il cielo. Scuro con quella pioggerellina che a Roma chiamiamo ‘gnagnarella’. Una tristezza infinita e aveva proprio ragione quel mattacchione di Nick Hornby quando scriveva che alla fine ti si mescola tutto. Proprio tutto.

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