BRUXELLES
Diceva un tal Albert Einstein che la follia consisteva nel fare sempre la
stessa cosa aspettandosi risultati differenti. Così, a quattro giorni di
distanza dalla sciagurata trasferta di Verona, si torna a riveder, non le
stelle come nell’ultimo passo dell’inferno dantesco, ma più prosaicamente la
magica Roma.
Quarto turno del maxi girone di Europa League, partita fuori in casa in
Belgio, a Bruxelles, contro una squadra, l’Union Saint Gillois che negli ultimi
anni ha fatto particolarmente bene in patria e nel continente ma che, al
momento, sembra in grossa crisi. Più di noi? Boh. E, comunque, qualche storico
ricorda che questa singolare squadra belga fu avversaria della Roma durante la
celebrata Coppa delle Fiere, edizione 1960 61, quando la nostra amata vinse il
suo primo trofeo europeo. Per il secondo, poi, sono trascorsi sessantuno anni,
fino alla mitica serata di Tirana che già in molti ricordano con nostalgia e
qualche lacrimuccia ripensando a un tempo che non c’è più e chissà quando
ritornerà.
La trasferta a Bruxelles, almeno, è comoda e anche economica grazie a una
prenotazione aerea effettuata con congruo anticipo, addirittura nel momento
della stesura dei calendari europei.
Partenza nella tarda mattinata del giovedì, volo Ryan Air, incredibilmente
puntuale. Unica nota stonata quella del posto assegnato, il posto peggiore
quello in mezzo ai lati corridoio e finestrino che col bagaglio a mano
incastrato sotto le gambe come da regolamento valido per chi non vuole spendere
un centesimo in più rispetto alla tariffa di volo, rende il viaggio leggermente
difficoltoso col rischio di qualche improvviso crampo senza poter chiedere
nemmeno l’intervento del medico o la sostituzione a bordo.
A Bruxelles il cielo è plumbeo, fa freschetto ma nello zaino ci stanno
calzamaglia e termica. Quindi, tutto a posto.
Tutto a posto fino alla partita giocata nello stadio intitolato attualmente
a qualche vecchio sovrano e un tempo tragicamente noto come Heysel. Sì, lo
stadio dove nel lontano 1985 morirono trentanove tifosi juventini. Ma di quel
drammatico evento non c’è più traccia, lo stadio è stato buttato giù e poi
rifatto e ci si arriva attraversando un lungo sentiero con un tratto finale in
salita. Così, mentre m’incammino vedo vecchi lupacchiotti che arrancano e, in
un’inevitabile giochetto metaforico, penso al difficile momento della magica.
Che continua anche dopo quest’ennesima e insulsa prestazione con una
partita che si chiude con un pareggio che tocca
pure ringraziare Cristo, o chi per lui, che almeno un puntarello ce lo
portiamo a casa.
Dunque, ancora una volta, usciamo dallo stadio avvelenati e abbattuti e non
ci consola nemmeno la discreta cena consumata in un ristorante a pochi passi
dallo stadio. Anche, perché, tornando in albergo arrivano altre pessime notizie
da altre partite di Coppa. Insomma, proprio un momentaccio ma, fortunatamente,
il volo di ritorno è programmato nel primo pomeriggio. Almeno, e per questa
volta, niente alzataccia e il letto è pure sufficientemente comodo. Si torna
nella capitale, riflettendo con altri lupacchiotti più o meno attempati, sul
difficile momento della Roma immersa in un tunnel del quale non si vede
l’uscita. Speriamo bene, l’unica cosa certa è che noi continueremo ad esserci
perché non si abbandona mai la nave in tempesta. Alla prossima.

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