LA PORTALETTERE di Francesca Giannone

Necessaria premessa che trovo, addirittura, doverosa quando commento un romanzo o un saggio che ho appena finito di leggere. Non sono un critico letterario, mi mancano le categorie, la cassetta degli attrezzi, ecco.

Intanto dico che ho scelto questo romanzo, ‘La portalettere’ di Francesca Giannone ben esposto in qualsiasi libreria che si rispetti, perché vincitore di un ambito premio letterario, il Bancarella, e in quanto prometteva tra le sue pagine, più di quattrocento, la narrazione di una storia interessante o, quantomeno, singolare.

Anni trenta, chiaramente del secolo scorso e una donna, Anna, scende dalla corriera in un paese del sud, Lizzanello, provincia di Lecce. Scende con suo marito Carlo che è ben felice di tornare a casa. Lei, invece, ligure di nascita, non ha proprio il sorriso stampato sulla faccia. Ha lasciato la sua terra, le sue cose, pure il suo mestiere d’insegnante. E trova una realtà assai diversa da quella del suo paese in Liguria. Una realtà contadina dove i ruoli sono ben divisi e distinti soprattutto tra uomini e donne. La chiamano ‘la forestiera’ in mondo quasi sprezzante e lei non fa proprio nulla per ‘integrarsi’ (brutta parola ancora, purtroppo, assai attuale) in quell’ambiente retrivo e campagnolo. Poi, il colpo di teatro, l’evento che indirizza l’intera trama del romanzo e ne decide anche il titolo. Anna presenta domanda come portalettere suscitando generali dubbi e perplessità. Non è un mestiere per donne, si sussurra in paese, non durerà! E, invece, la nostra portalettere svolgerà il suo impegnativo mestiere per una ventina d’anni, consegnando la posta e battendo le vie del paese e dintorni, prima a piedi, quindi, in bicicletta.

Nel frattempo succedono cose nel paese di Lizzanello e nella storia quella con la S rigorosamente maiuscola. Carlo produce un ottimo vino che esporta anche in America luì così diverso dal fratello Antonio che si occupa, invece, di olio ma che, soprattutto, è un colto e raffinato lettore di libri soprattutto dell’ottocento. E, ancora, ci sono Agata, la moglie di Antonio, Carmela con la quale Carlo ha avuto una storia prima di partire per il nord e suo figlio, Daniele, che è anche figlio dello stesso Carlo. Evidentemente non riconosciuto. E ancora Lorenza, la figlia di Agata e Antonio che s’innamora perdutamente di Daniele, una storia ostacolata da inconfessati e segreti legami parentali. E, poi, altri personaggi minori o maggiori.

Senza tediare troppo con la trama del romanzo, cosa dire? Un romanzo scorrevole, una storia che si legge in poche giorni, un bel passatempo che fa trascorrere ore leggere e gradevoli.

Tuttavia, condivido qualche critica formulata da qualche severo quanto autentico recensore e critico letterario. Lo stile del romanzo non è particolarmente ricercato e fa pensare a quei romanzetti che, un tempo (o forse anche adesso) si definivano rosa. Insomma una lettura probabilmente sconsigliata a un pubblico più colto ed esigente, un romanzo per il quale, forse, un premio letterario come il citato ‘Bancarella’, pare un po’ eccessivo. Probabilmente, si poteva accorciare un po’ il brodo e, quanto al tentativo di scrivere un romanzo storico, non è andato proprio a buon fine. Troppe semplificazioni e la descrizione di una realtà contadina tra gli anni trenta e cinquanta forse e addirittura troppo avanzata rispetto a quel che effettivamente era. E la scelta, discutibile, di tralasciare tutti gli anni della guerra.

Comunque, una lettura piacevole e spassosa, consigliabile a chi non c
erca tra le righe di un romanzo un particolare e più alto stile di scrittura. Sempre scritto sommessamente perché non dispongo, certamente, di quella cassetta degli attrezzi necessaria per valutare un romanzo.

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