GOVERNO PENALE
Mentre siamo impegnati nelle nostre attività quotidiane, succedono cose assai gravi. Anche in Italia dove, da qualche anno, c’è un governo di mostriciattoli che, incredibilmente, in troppi faticano a definire per quel che è; un governo di fascisti.
Ora c’è un disegno di legge, già approvato alla Camera e che, probabilmente e con estrema fretta, passerà anche all’esame del Senato. Si tratta dell’ennesimo decreto sicurezza che porta la firma dell’attuale ministro dell’interno, al secolo Matteo Piantedosi, già in un precedente governo consigliere e passacarte del Matteo Salvini che sequestrava centinaia e centinaia di disperati su barconi in mezzo al mare.
Ora, si dirà, ma in fondo è l’ennesimo decreto sicurezza e. ormai, ci abbiamo fatto l’abitudine. In realtà negli ultimi anni non c’è stato governo di destra, di sinistra o di centro che non abbia messo mano ai dispositivi da codice penale, inasprendo le pene rispetto a delitti giù previsti o introducendo nuovi reati.
Tuttavia, anche limitandosi a una rapida lettura del testo del citato
decreto, emerge come, in questo caso, si stia veramente esagerando. Anni e anni
di galera previsti per chi occupa case, per chi, in carcere o nei CPR, protesta
lamentando le indecorose condizioni nelle quali è costretto a vivere, per chi
contesta le grandi opere e, addirittura, per chi manifesta pacificamente
sdraiandosi in terra.
Dall’analisi di questo testo scaturiscono alcuni brevi ma decise considerazioni. In primis questo governo non perde occasione per colpire coloro che considera propri nemici. E, soprattutto, vuole sterilizzare definitivamente il conflitto sociale o quel che ne resta. Impedire a chiunque di svolgere attività politiche e sociali, l’unica partecipazione consentita, evidentemente, è quella dell’urna elettorale sempre più disertata. Di fronte a tale scempio che, un tempo neanche troppo lontano, sarebbe stato inimmaginabile non resta che utilizzare con più forza e determinazione quello strumento che questi brutti ceffi al governo vogliono definitivamente escludere dal dibattito pubblico, politico e sociale. Quello del conflitto sociale. E, così non resta che sperare che, come i fiori di Mao, cento (ma anche più) conflitti sociali nascano.

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