OTTOCENTO NOVE
Nel giorno dell’armistizio, anno 1943, controllo il mio blog. Ottocento otto post, davvero una cifra. Non li legge quasi nessuno, non ho ancora compreso il metodo che possa rendere accessibile questo fiume, forse inutile, di parole all’intera rete. Poi, si sa, la rete ha particolari e sofisticati algoritmi in base ai quali puoi acquisire un’improvvisa (e non sempre gradita) notorietà, oppure, finire irrimediabilmente nell’oblio. Più o meno ignorato come succede, ad esempio, in quei ‘non luoghi’ come aeroporti o stazioni ferroviarie dove passi per lo più inosservato. Tranne, s’intende, qualche evento casuale che porta a conoscere persone, a scambiare qualche parola, tutto concluso, quasi sempre, con un arrivederci che maschera un addio.
Ho ricominciato a scrivere quotidianamente qualche anno fa ai tempi della pandemia e del famigerato ‘look down’, Un suggerimento di una persona alla quale continuo a voler bene e che si è rivelato un’autentica benedizione.
Scrivere quotidianamente mi serve per tenere allenata la mia mente e, perché no, per ricevere qualche gratificazione da qualche fortunato che riesce a leggere i miei improvvisati scritti.
Mi piace, soprattutto, raccontare vicende afferenti al quotidiano, all’ordinario, quasi al banale. Anche quando scelgo qualche romanzo mi piacciono le storie semplici, quelle di persone che, insomma, non finiscono direttamente sui libri di storia. Che attraversano il loro tempo senza lasciare particolari tracce, destinate a un rapido oblio.
Le storie di persone che vivono, magari, ripetendo costantemente le stesse azioni, con gioie intense ma effimere, con pensieri che disturbano il sonno e con differenti interessi e sensibilità.
Scrivere quotidianamente aiuta a non dimenticare grammatica e lingua, a coniugare correttamente i verbi, a non scivolare verso forme di sciatteria linguistica e dialettica a dimenticare, come ormai succede in alcune chat di programmi installati su smartphone, l’acca che distingue una preposizione da un verbo ausiliare, o qualche coniugazione. A pensare lentamente ma correttamente. Perché per scrivere bisogna pensare. Possibilmente bene e, citando un frame di un celebre film di Nanni Moretti, chi pensa male, vive male. Ci mancherebbe anche questo.
E, così, sono arrivato a ottocento nove e il millesimo post si avvicina. Sempre a Dio piacendo, s’intende.
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