IFIGENIA IN AULIDE di Euripide

La flotta achea è ferma al porto di Aulide. Vento e tempesta ne impediscono il movimento, conseguenza dell’avversità delle sacre divinità e, in particolare, di Artemide. Cosa fare, se lo chiedono gli Achei ben prima del nostro, vecchio Lenin. La risposta chiara e perentoria giunge dall’indovino Calcante. Per placare l’ira degli dei, afferma il nostro, bisogna sacrificare una fanciulla, e che fanciulla! Niente di meno che Ifigenia, figlia del re Agamennone. Di fronte a tale esortazione, il buon Agamennone è inevitabilmente turbato. Far prevalere i doveri del sovrano o il sentimento del padre? Intanto Menelao, fratello di Agamennone e marito di Elena rapita dai troiani, esorta il fratello re a condurre la ragazza presso la flotta per procedere al necessario sacrificio e rassicurare la dea Artemide.

 

Si pianifica una sorta d’inganno, si dice alla giovane che verrà condotta dal suo futuro sposo, addirittura Achille detto il Pelide. Achille è all’oscuro di quest’ingannevole progetto e, quando viene a saperlo, va su tutte le furie. Del resto la sua ira è proverbiale. Anche la mamma d’Ifigenia, Clitennestra, scoperto il tragico piano cerca di sventarlo in ogni modo. 

Alla fine sarà la stessa Ifigenia a togliere tutte le parti in causa da qualsiasi impaccio accettando il suo sacrificio, per dovere di patria, insomma, per un ideale. Morire per la patria o per un ideale, ecco, quasi il succo di questa tragedia che presenta discorsi, talvolta, anche ironici. E dove l’eroina è tutta al femminile. Una cosa, questa, che ritroviamo spesso nelle tragedie di Euripide a dispetto di qualche ricostruzione biografica che lo descriverebbe come un inguaribile misogino. 

E, comunque, leggere un’opera di un tragico greco non fa mai male. Se, poi, riuscite a farlo anche nella lingua (morta) originale, nel greco antico, allora che dire? Chapeau (francese moderno). Al prossimo libro. 

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