GENO(V)A

Si riparte dopo la sosta per le partite delle nazionali con un’altra trasferta al nord. Stavolta a Genova, capoluogo della Liguria, la regione del ‘povero’ Giovanni Toti, quello che ha patteggiato una condanna per non finire al gabbio proclamando, comunque, tutta la sua innocenza. E, tuttavia, e oltre questi rimandi alla spicciola cronaca politica e giudiziaria, c’è da pensare a cose più importanti e, quindi, al difficile impegno di campionato che attende la Roma in uno stadio, il Luigi Ferraris situato nel quartiere di Marassi che ai tifosi giallorossi ormai un po’ datati fa sempre ripensare, con i lucciconi agli occhi, a un gol del bomber Roberto Pruzzo destinato a imperitura memoria, ed a una festa senza precedenti e senza uguali. Roba di mezzo secolo fa e anche oltre.

 
Il passato non si dimentica come dice un celebre pezzo da stadio, quanto al presente, invece, siamo appena alla quarta di campionato e già questa partita contro il rognoso Genoa allenato da Alberto Gilardino, uno dei campioni del mondo del 2006, è uno snodo cruciale. Insomma, è decisiva, fondamentale e bisogna vincere per forza. Ecco.
 
Per giungere puntuale a quest’ennesimo appuntamento con la storia, collocato da calendario di domenica in un orario sempre particolare, quello delle dodici e mezza, dopo aver scartato l’ipotesi treno, ripiego, chissà perché probabilmente in balia di qualche delirio masochistico, sulla soluzione pullman. Una scelta assai vintage e tale conclusione sarà confermata dalla lunga durata del viaggio e da alcune particolarità del mezzo che ci porterà a Genova e, poi, ci riporterà a Roma. Sedili assai scomodi, insomma tipo Ryan Air o anche peggio, e abitacolo contenente oggetti da modernariato spinto. Da sottolineare, come mi fa notare durante il lungo percorso un attento compagno di viaggio, un mangianastri collocato vicino al volante del conducente. Entro allo stadio a riscaldamento concluso e mi chiedo, come sempre quando sono da queste parti, perché il Genoa abbia scelto come inno, la mitica ‘You’ll never walk alone’, pure bella, sì, ma che appartiene a un altro club a noi romanisti, peraltro, non proprio simpatico.
 
Sulla partita cosa dire? Chiudiamo il primo tempo in vantaggio con gol del misterioso ucraino che, finalmente, si sblocca con un tape in a rimbalzello; il gol viene convalidato dopo tanti minuti di controllo VAR per vedere se qualcuno dei nostri, magari, stava qualche millimetro in fuorigioco.
 
Poi, il secondo tempo è una specie di supplizio con la Roma che si difende, arretrando sempre di più e i grifoni che spingono e spingono. E, come spesso succede nel pallone che è davvero maledetto, la beffa si consuma proprio nell’ultima azione. Io neanche la vedo perché, da qualche minuto quando il Genoa attacca, abbasso la testa nell’improbabile tentativo di ridurre la mia sofferenza  emotiva. Prima del gol genoano sento solo uno, vicino a me, che strilla ‘chiudilo!’, un’esortazione rivolta al turco Celik che, tuttavia, non ci sente benissimo o non conosce ancora la lingua . Poi il boato dei genoani che sembra abbiano vinto la coppa dei campioni.
 
Il ritorno è un po’ mesto e non potrebbe essere diversamente. Tanta amarezza, la classifica inguardabile, e un’inquietante nota statistica. Solo in altre quattro stagioni nella sua storia la Roma era rimasta a digiuno di vittorie nelle prime quattro giornate. Mestizia, amarezza, come si diceva e un viaggio di ritorno che non passa mai. Arrivo a casa addirittura a mezzanotte pensando alla difficile settimana che ci attende. Perché non c’è niente da fare, la Roma condiziona tutto il nostro umore e ripenso a una cosa che lessi qualche tempo fa su un libro di un giornalista RAI, tal Massimiliano Graziani, che raccontava la tragica Roma Liverpool del 1984. Affermando, parlo dell’autore del libro peraltro consigliabile quanto doloroso, che da quella notte, lui, smise di farsi condizionare da eventi sui quali, tuttavia, poteva incidere poco o nulla. Smise di soffrire, insomma, smise di essere un tifoso di calcio e, più specificatamente, un tifoso della Roma. Beato lui, insomma, ma neanche tanto. Infatti so bene che anche quest’amarezza passerà e, per quanto mi riguarda, nulla cambierà. Come dice quella canzone, insomma, gioie ma, anche, giornate amare. Tanto mi potrai trovare qui. Alla prossima.  

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