RESILIENZA 2.0
Scrivevo di resilienza qualche anno fa, una vita fa, si direbbe. Eravamo in piena pandemia, con le limitazioni imposte alla nostra libertà personale dai governanti attraverso lo strumento giuridico dei famigerati D.P.C.M.
Rileggevo, appunto, quanto avevo scritto in questa mattina fresca di settembre. Una rapida definizione del concetto di resilienza, la capacità di adattarsi e reagire ad avverse circostanze e, quindi e sostanzialmente, una specie di pistolotto sulle diverse condizioni di vita che ci troviamo ad affrontare sin dalla nascita e che dipendono, in buona parte, dall’angolo di mondo nel quale ci ritroviamo a campare.
E, così, ragionavo sul fatto che la mia condizione sostanziale di uomo borghese e occidentale mi ha sollevato da una serie di problemi che, invece, attanagliano milioni e milioni di persone sparse sul pianeta Terra. Non ho mai sofferto la fame, non sono mai scappato da guerre e bombardamenti, raramente ho temuto per la mia incolumità fisica. Quando esco di casa la mattina penso che la massima disavventura che possa capitarmi è quella di perdere la borsa o il portafoglio. A parte l’imponderabile, s’intende.
E, poi, ci sono altri dolori. La scomparsa di un parente o di un amico, la fine di una storia sentimentale con tutti i traumi conseguenti del distacco, una lettera di licenziamento. O cose apparentemente più frivole ma che possono diventare importanti. Ognuno di noi ha la sua scala di valori e priorità e, in fondo, non esiste una classifica della sofferenza. Me lo disse una volta, ormai parecchi anni fa, una mia psicoterapeuta e questa massima di saggezza, debbo dire, mi sollevò da qualche senso di colpa. Perché da uomo borghese e occidentale mi sono sentito spesso fortunato rispetto a chi, quotidianamente, deve affrontare, che ne so, il problema di mettere insieme il pranzo con la cena.
La mia attuale resilienza, invece, riguarda la capacità di adattarmi a un
mondo che mi piace sempre meno, al tempo che scorre, alle prospettive sempre
più scarne e limitate, a qualche deficit affettivo. Roba anche pesante e, poi,
devo sempre ricordarmi che non esiste proprio una classifica della sofferenza.
Proprio vero.
Commenti
Posta un commento