CIAO SVEN

Questa mattina sui quotidiani trova, giustamente, ampio risalto la brutta notizia della scomparsa dell’ex allenatore di calcio Sven Goran Eriksson.. Morto ieri all’età di settantasei anni, da tempo malato per un tumore al pancreas. Da qualche mese sapeva di morire presto e, quindi, ha iniziato a girare incontrando e congedandosi da quelle persone con le quali aveva condiviso pezzi significativi della sua vita. Con uno strano sorriso sul volto, in apparenza il sorriso di chi, comunque, aveva accettato una realtà drammatica quanto ineluttabile. Poi, oltre le impressioni, chissà.

Ora Sven Goran Eriksson viene ricordato su quotidiani e notiziari vari soprattutto per il suo periodo professionale alla guida della Lazio con la quale vinse ben sette trofei. Una roba che, non me ne voglia il buon Sven ovunque si trovi, non gli avrei mai augurato e che, personalmente, mi sarei risparmiato volentieri.

Tuttavia,. Sven Goran Eriksson arrivò in Italia come allenatore della Roma. Una scelta geniale dell’allora presidente romanista Dino Viola che decise di sostituire il monumento Niels Liefholm con un altro svedese, molto più giovane e, probabilmente, moderno di lui.

Le idee di Sven, un calcio più veloce e verticale, non furono subito metabolizzate. Il primo anno, quello che seguiva la finale di Coppa dei Campioni persa con il Liverpool, fu assai avaro di soddisfazioni. La Roma mancò la qualificazione alle coppe europee dell’anno successivo e, insomma, sembrò, almeno al livello di risultati, di essere tornati alla squadra arrancante degli anni settanta. E tanti esprimevano dubbi nei confronti dei metodi di lavoro di Eriksson che iniziò la stagione successiva con risultati alterni.

A un certo punto della stagione la Roma sembrava tagliata fuori dalla lotta per le posizioni più ambiziose della classifica. Di scudetto neanche a parlarne. Poi, invece, la Roma cominciò a giocare come, mai e probabilmente neanche negli anni passati con l’altro svedese, Liedholm, avevamo mai visto. Un gioco frizzante, veloce e che schiantava qualsiasi avversario. Il sedici marzo del 1986 la Roma travolse la Juventus allo stadio Olimpico. Un tre a zero netto che ricordò a qualcuno più vecchio l’impresa, sempre contro i bianconeri, degli anni trenta al campo Testaccio e che ispirò, in quei tempi lontani,  anche una pellicola cinematografica

Intanto, in quella primavera del 1986, la Roma vinceva e recuperava punti su punti alla Juventus. Fino al tragico Roma Lecce del 20 aprile del 1986. La Roma, ormai appaiata in classifica alla Juve, perse inopinatamente in casa contro una squadra già retrocessa da tempo. Incredulità e lacrime.

Lo scudetto lo vinse la Juve ma quella primavera, per quanto mi riguarda, fu fantastica. Aspettavo la maturità, non avevo neanche vent’anni e mi divertivo tanto. Mi svegliavo la mattina con la luce negli occhi, non vedevo l’’ora di svegliarmi la mattina per vedere quel che sarebbe successo. Per stupirmi ancora, per meravigliarmi. E, intanto, la Roma di Eriksson giocava da favola e vinceva. Gli anni migliori della vita? Non saprei. Però mi viene in mente un frammento del di Nick Hornby, ‘Febbre a 90’; alla fine ti si confonde tutto e non sai se la vita è una merda perché l’Arsenal fa schifo o viceversa. Sostituendo, evidentemente, l’Arsenal con la Roma e ricordando quella stagione felice. Quando c’era Sven Goran Eriksson sulla panchina della Roma..

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