FARE SCHIFO
Il silenzio e il vuoto delle città deserte inducono maggiormente a riflessioni assai particolari.
Da qualche giorno ragiono su una piccola e banale questione, quella delle relazioni sociali che, ciascuno di noi e chi più e chi meno, intrattiene col prossimo.
E all’interno delle predette relazioni sociali si presentano, periodicamente, dei punti di crisi. Tizio non si è fatto più sentire, Caio si è comportato proprio male, Sempronio, ah quello là è attento solo ai fatti propri!
Insomma, e voglio dire, capita sovente di avere delle frizioni più o meno passeggere con persone amiche di breve o lunga data. Alcune si perdono irrimediabilmente per strada e questo è parte della vita. Anche se, poi, ci troviamo a domandarci ma quello che fine ha fatto e perché non ci siamo più né visti né sentiti?
Al giorno d’oggi, in realtà, è difficile perdere completamente un contatto. In fondo basta un messaggino su uno di quei programmi rigorosamente gratuiti installati sul nostro smartphone. Però può capitare che il messaggio al tizio in questione non lo mandiamo per tigna. Non si è fatto più sentire e allora, tiè, non mi faccio sentire nemmeno io! Si discute, si litiga, ci si accanisce dialetticamente o con brevi forme epistolari, ci si perde e ci si ritrova, ma anche no.
Poi, di tanto in tanto e, soprattutto nei momenti più tranquilli, vuoti e silenziosi si fa il conto di quelli che restano. Tanti o pochi.
E si ripensa alla banalità di certe discussioni o alla superficialità di determinate analisi che hanno consigliato, magari, di non chiamare più questa o l’altra persona.
Bisognerebbe avere la lucidità di non sentirsi mai troppo migliori degli altri; di riconoscere i propri errori, le proprie debolezze e i propri limiti.
Il grande Tolstoj scrisse, tra le tante cose, che ogni famiglia era
infelice a modo suo. Io, e dopo questa confusa e sregolata riflessione, penso
che ciascuno di noi faccia schifo a modo suo.

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