LA MUSICA DEI POVERI

Un banale e ordinario martedì di luglio. Caldo pesante, l’ennesimo anticiclone africano che transita dalle nostre parti e al quale commentatori più o meno credibili e simpatici hanno affibbiato il nome di uno dei protagonisti dell’inferno dantesco. Caronte, colui che, pare, guidasse il traghetto che trasportava le anime dei morti. 

Tornavo verso casa, il solito trenino con l’aria condizionata puzzolente e arrancante, posti a sedere fortunatamente a sufficienza. Le scuole son chiuse e i liceali stanno già al mare. Quasi tutti. 

Ho il mio libro pronto all’uso, un giallo, siamo d’estate e i noir, polizieschi o come si chiamano vanno per la maggiore. Giallo nella trama e nella copertina, un autore che non avevo mai letto e, devo dire, mi ha colpito assai favorevolmente. Tanto che quasi non vedo l’ora di sedermi e, soprattutto, che il treno parta accompagnandomi con il suo lento movimento nella lettura di pagine decisive per scoprire l’assassino di un delitto particolarmente efferato. 

Riesco a isolarmi da leggeri suoni di disturbo provenienti da smartphone sempre attivi ma non posso far nulla quando, proprio davanti alla mia postazione, si piazza una tipa, una donna probabilmente sudamericana; porta con sé un’attrezzatura varia, un microfono, forse una specie di cassa per amplificare il suono. Minaccia di cantare. Più che una minaccia una certezza e la sua voce, a questo punto, intonante un pezzo melodico e malinconico non può che distrarmi. Sono costretto a chiudere il mio libro e mi sento, in realtà, anche un po’ insofferente. 

Dentro di me penso con una punta d’ironia, almeno fossi sovranista, nazionalista, trumpiano o leghista! Potrei spifferare una bella filippica contro questi migranti che, oltre a rubarci il lavoro e anche i portafogli, rendono impossibili i nostri viaggi in autobus o metropolitana! 

Ma non sono un sostenitore di Salvini e, allora, attendo pazientemente che la tipa concluda la sua performance musicale e raccolga i pochi spiccioli che le vengono offerti in beneficienza. 

E, penso, che questa donna è davvero povera. Povera al punto d’improvvisarsi musicista per raccattare qualche moneta. Poi, guarda caso, il giorno dopo, scuriosando su una rivista on line che consulto frequentemente, trovo un articolo davvero interessante. Anzi, non un articolo vero e proprio, ma una lettera. La lettera di un povero, di un povero vero, uno che si dichiara senza denti e senza un tetto sulla capoccia, ucciso, quotidianamente, oltre che dalla miseria anche dall’indifferenza e dall’egoismo di chi gli passa accanto. 

E ripenso alla tizia che suonava sul trenino e al mio libro chiuso. E, rifletto, su quelle circostanze nelle quali passiamo davanti a questi disperati. Con indifferenza, talvolta anche con fastidio. Pensando, tutto sommato, che la povertà, la loro povertà sia quasi una colpa. E quando questo pensiero diventa la normalità, allora sì, abbiamo rinunciato a un bel pezzo della nostra umanità.

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