MAIGRET di Patrice Leconte
Qualche tempo fa un’amica mi parlò della sua passione per i gialli
polizieschi di Georges Simenon e, chiaramente, per quelli relativi al celebre
commissario Maigret.
La ascoltavo incuriosito al punto che, soltanto pochi giorni fa, girando
tra gli scaffali di una libreria alla ricerca di qualche ispirazione per regali
di compleanno, ho osservato con una certa curiosità alcuni voluminosi testi che
raccoglievano, appunto, i gialli ispirati dalla figura del citato Maigret.
Così, trovandomi nell’ennesima serata d’estate alla ricerca di un film da
guardare, ho scovato questo ‘Maigret’ del regista francese Patrice Leconte,
anno 2022, e non ho avuto dubbi. Devo guardarlo assolutamente, mi sono detto e,
debbo riconoscere che, alla fine della fiera, non ho rimpianto questa scelta.
Documentandomi un po’, quel che basta, ho scoperto che il commissario
Maigret, con questa pellicola del menzionato Leconte, è stato raccontato nel
grande schermo per la quarta volta. La prima, sempre a opera di un regista
francese – Gilles Grangier – risale, addirittura, al 1953 e il commissario era
interpretato, niente di meno che da Jean Gabin. I meno giovani, diciamo i più
stagionati non possono non ricordare le serie trasmesse dalla RAI TV con
l’indimenticabile Gino Cervi nei panni, appunto, del nostro Maigret.
Il film in questione riprende uno dei tanti racconti polizieschi di Georges
Simenon, esattamente ‘Maigret e la giovane morta’.
Senza spoilerare troppo, il commissario è chiamato a risolvere l’ennesimo
caso di omicidio o presunto tale riguardante, stavolta, una ragazza trovata
morta con addosso abiti lussuosi ma con una biancheria intima che ne rivela una
condizione assai umile e disagiata. Al solito Maigret svolge le sue indagini
con il suo metodo assai diretto, cercando, quasi, indizi per la strada,
scoprendo e scovando personaggi che possono indirizzare le indagini nella
giusta direzione.
Ora, oltre l’apprezzamento per la storia, mi è piaciuta, innanzitutto
l’interpretazione di Gerard Depardieu. Depardieu fornisce un’immagine di un
commissario un po’ vecchio e stanco, ridotto ad annusare il tabacco della pipa
per non aggravare la condizione dei suoi polmoni, comunque sempre accompagnato
dall’alcool in diversi tipi a seconda dell’indagine da svolgere.
La storia è ambienta nella Parigi degli anni 50 e per adattare il racconto
al tempo nel quale si svolge, il regista insiste su riprese effettuate dentro
fotografie e immagini stinte, sfocate, quasi plumbee. E’ quasi una Parigi
crepuscolare.
In definitiva e nonostante qualche critica di troppo a me, insomma, il film
è piaciuto. Nella trama, nelle interpretazioni, soprattutto nei dialoghi. E la
voglia di leggere, finalmente, qualcosa di Georges Simenon è cresciuta.
Al prossimo film.

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