TRENI
Viaggiamo, ormai e abitualmente, su treni veloci. Tre ore per arrivare a
Milano, meno di due per Firenze, la culla del Rinascimento. Tempi ottimizzati e
ideali per spostamenti, toccata e fuga.
Però, i treni di una volta, e lo dico senza indulgere in insopportabili
nostalgie, erano un’altra cosa. Davano l’impressione, forse la semplice
illusione, del viaggio. Con tanta gente che si sporgeva dai finestrini a
salutare parenti e amici che avevano, al meglio, adempiuto all’oneroso ruolo
degli accompagnatori.
C’erano gli scompartimenti, normalmente sei posti e vetri con tendine
logore che si potevano lasciare aperte magari con il passaggio del sole o
chiudere per ripararsi, appunto, dalla fastidiosa luce dei raggi, oppure e
semplicemente, per frapporre una sorta di cesura con quello che stava la fuori.
Campi agricoli ma anche accenni di città grandi e piccole che si attraversavano
senza rimpianto.
E, in quello scompartimento, si facevano incontri casuali. A me incuriosiva scoprire con chi avrei condiviso il viaggio. A memoria, mi capitò di spartire il viaggio con alcune giovani giornaliste curatrici di un programma culturale in onda su un canale della TV di Stato, una stagionata signora che invocava il ritorno ai vecchi tempi durante i quali regnavano ordine e disciplina, una famiglia del sud accogliente e solidale e un po’ caciarona che spartì il proprio cibo con tutti gli occasionali compagni di viaggio. Compreso me e un mio amico.
Erano treni che recavano denominazioni impegnative. Regionali, accelerati,
gli Intercity rappresentarono, già, un passaggio verso un futuro di alta
velocità.
Ieri ho preso uno di quei treni, appunto, dell’alta velocità. Sembrano dei
vagoni della metropolitana e, difficilmente, si riesce a interloquire con
qualche sconosciuto più o meno vicino di posto.
Si sale e non si vede l’ora di arrivare a destinazione. Senza
accompagnatori a salutare il viaggiatore esposto al finestrino, probabilmente,
senza l’impressione o, almeno, l’illusione del viaggio.

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