CLASSIFICHE
Resto sul privato, sul personale che, poi e come si diceva un tempo, il personale è politico. Si dice ancora? Chissà.
Ecco, qualche giorno fa, forse di domenica o di lunedì, scambiavo messaggi con un amico (o buon conoscente?) che non sentivo da tempo.
Sapevo di qualche sua recente disavventura e volevo quasi sincerarmene
direttamente. Mi ha scritto di qualche problema legato alla casa e al lavoro
ma, soprattutto, della conclusione della sua relazione sentimentale. Un dolore
indicibile, si direbbe, tanto che mi ha confessato di ricorrere al buon whisky
irlandese per lenire le sofferenze del cuore.
Io leggevo i suoi messaggi e debbo dire che, in tutta sincerità, mi sentivo tra il perplesso e l’irritato.
Soltanto il giorno precedente mi era capitato di far visita a un familiare
che fa i conti, da qualche anno, con un male che qualcuno definisce incurabile.
Uno di quei ‘malacci’ rispetto ai quali hai come unico e più positivo orizzonte
quello di allungare la durata della vita senza peggiorarne troppo la qualità.
Parlo di una persona costretta a restare in casa quasi per l’intero corso della giornata e che, in questo momento, si concede come massimo piacere quello relativo alla passione per il calcio. Mi chiama spesso, vuole parlare con me soprattutto di ‘pallone’ riconoscendomi una certa competenza in materia. Apprezzamento chissà quanto meritato, ma non è questo il punto.
Qualche anno fa avevo un amico che viveva un periodo di estrema difficoltà.
Separazione dalla moglie, problemi di lavoro e di soldi. Mi chiamava quasi
quotidianamente e con la sua chiacchiera mi teneva al telefono anche per
un’ora. Talvolta mi mostravo spazientito, non rispondevo alle sue chiamate,
oppure, inventavo qualche improbabile impegno per interrompere subito la
conversazione.
Parlai con quel mio amico un lunedì di pomeriggio ed era di maggio. Il mattino successivo appresi della sua scomparsa, un improvviso malore e, allora, ripensai a tutte quelle chiamate non risposte, oppure, alle scuse, tipo, perdonami ma ora ho da fare.
Ripensavo a tutte questa roba in questa giornata di giugno non ancora troppo calda (il peggio deve ancora arrivare) con alcune e conclusive considerazioni.
Innanzitutto, era legittima la mia irritazione nei confronti dell’amico (o buon conoscente) che mi parlava dei suoi problemi sentimentali? È vero, non esiste una classifica della sofferenza e ricordo ancora quando la mia terapeuta me lo disse durante un’intensa seduta. Però, diamine, neanche regredire a uno stato adolescenziale è sopportabile!
E ancora, riuscire a far qualcosa per le persone che soffrono, che hanno problemi, che chiedono aiuto. È una bella cosa e ci aiuta a essere migliori. Ecco, a me piacerebbe anche essere ricordato così. Non solo come un estremo competente di calcio ma, soprattutto, come una bella persona.
Alla prossima.

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