LEVERKUSEN

Il risultato della partita d’andata, due a zero a favore di una squadra che non perde da una vita calcistica e che ha appena vinto il campionato tedesco, sembra escludere qualsiasi ipotesi di qualificazione per la finale da disputarsi a Dublino. Se non che il tifoso romanista si sa com’è, ingoia l’’amarezza della sconfitta cercando di metabolizzarla in tempi rapidi soprattutto quando la matematica, almeno quella, non impedisce di sognare ancora.

E, allora, già dal giorno successivo alla sfortunata gara d’andata si susseguono le battute del tipo ma, in fondo, si può ancora fare (se po’ fa), magari facciamo un gol nei primi minuti e si riapre tutto che, poi, basta farne uno intono, che ne so, al sessantesimo e, quindi, questi si cacheranno sotto e sarà una passeggiata di salute. Oppure, arriviamo ai rigori e facciamo come con il Feyenord perché il portiere che ipnotizza gli avversari quando si presentano dal dischetto degli undici metri ora ce l’abbiamo.

Tutto sommato e in cuor mio e, nonostante dichiarazioni pubbliche e private assai caute e intrise di inveterata sobrietà razionalistica, un po’ ci credevo. Hai visto mai, ecco con questo spirito sono partito nella tarda mattinata di giovedì alla volta della Germania con in tasca, peraltro, già i biglietti aerei per la finale di Dublino e la speranza di non darmeli in faccia.

Capito a Leverkusen per la terza volta negli ultimi nove anni circa e sembra incredibile considerando che questa città tedesca non è proprio annoverabile tra le sette meraviglie del mondo ed è ricordata, oltre che per la squadra di pallone, solo per l’industria farmaceutica che, tra le altre cose, fabbrica l’aspirina che, tutti noi, almeno qualche volta all’anno prendiamo per affrontare fastidiose febbri o improvvisi raffreddori.

 Scopriamo, quindi, che in Germania il giorno nove di maggio è festa nazionale. E ci chiediamo subito di che razza di festa si tratta. C’è chi pensa alla caduta e al suicidio del ‘poro’ Adolfo chi, invece, la butta sul religioso e dice che si tratta dell’ascensione festeggiata dai teutonici in quanto mezzi protestanti o luterani che dir si voglia. Per la cronaca, tutte queste ipotesi si riveleranno belle cazzate. Più semplicemente, il nove di maggio i tedeschi celebrano la festa del papà e a noi italiani ci sembra incredibile visto che, domenica prossima, invece, noi celebreremo la festa della mamma.

Ma, oltre queste sterili disquisizioni e i disagi causati dalla menzionata festa con i negozi chiusi e il cheek in all’albergo disponibile solo dalle cinque del pomeriggio, siamo consapevoli di essere venuti come per una missione, quella di compiere un’impresa che pare impossibile.

Però ci crediamo abbastanza, e l’illusione è sempre più forte man mano che ci avviciniamo alla Baya Arena e, ancor più, quando entriamo nel settore ospiti come al solito affollato. Partono cori che invocano la clamorosa rimonta, perché perché zero uno, zero due, zero tre, sulle note di un’indimenticabile canzone di Rita Pavone.

Poi incomincia la partita e, a parte che qualsiasi tifosetta se fa ardita come da celebre pezzo musicale di testaccina memoria, ammiriamo un buon avvio della nostra magica Roma che, comunque, gioca a pallone. Poi, si fa male Spinazzola, scoppia una mezza rissa in campo che sembra risvegliare i teutonici che, fino a quel momento, sembravano un po’ intorpiditi. Ed ecco venti minuti di fuoco e io che penso, quasi sconsolato, mò ce fanno er gol, quel gol che pioverebbe come una sentenza della Cassazione inappellabile pure al Tribunale per i diritti dell’uomo di Strasburgo.

E, invece, come disse una volta un celebre telecronista, il calcio è strano e nel nostro peggior momento troviamo un calcio di rigore trasformato dall’implacabile argentino Leandro Paredes detto Leo.

Alla fine del primo tempo, dunque, siamo a metà dell’opera, o quasi. Tocca fa un altro gol per arrivare almeno ai supplementari e quando l’arbitro, un olandese che dirige il match abbastanza bene (quel che è giusto è giusto), ci concede un altro penalty mi sembra davvero di sognare. Ma che davvero dvvvero  (davero davero)? E, invece sì, ancora Leandro Paredes detto Leo gonfia la rete dagli undici metri e siamo pari e patta. Tiè!

A questo punto ti viene in mente un po’ di tutto. Pure che, magari, stai dentro a una di quelle serate epiche e immortali e che fosse che fosse la volta buona!.

Ma il destino, come frequentemente avviene, è cinico e baro, un bojaccia, insomma, che si abbatte contro di noi che, dopo aver fatto la bocca a un’altra finale europea dobbiamo, invece, vivere la peggiore delle beffe. Loro segnano il gol che gli garantisce la qualificazione grazie a un’uscita ballerina del nostro portiere fino a quel punto impeccabile e alla deviazione sfortunata del nostro Mancini, quello che ha ricordato ai laziali quel che sono. Sorci.

Prendiamo un altro gol nell’ultima azione e finisce due a due. Niente finale, biglietti di Dublino annati a male con conseguente ammanco economico e finanziario ma con la consapevolezza, almeno, di averci provato. E come diceva il vecchio Shakespeare siamo fatti della stessa sostanza dei sogni. Anche se, adesso e in verità, un po’ er culo ce rode perché, dico, almeno una volta, Gesù Cristo, o chi per lui, si ricordasse pure di noi.

E, comunque, Leverkusen è davvero brutta come poche città al mondo e pensando alla battuta di un tizio che l’ha paragonata a Pomezia, beh, devo dire che bisogna chiedere scusa agli abitanti della cittadina laziale. Perché, e sia ben chiaro, Leverkusen a Pomezia je spiccia casa. E con tanti saluti alla Germania, a Pomezia e con la stagione europea ormai alle spalle si torna a Roma con trenta gradi e il raccordo intasato. E col pensiero a quei venti minuti o giù di lì durante i quali abbiamo davvero sognato di fare un’impresa da ricordare chissà per quanto. Pazienza, sarà per un’altra volta. Speriamo. 

Ad majora.    

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