IL GIOVANE BERLUSCONI di Simone Manetti
In una serata di primavera già piuttosto calda, ho finito di guardare la docuserie trasmessa su Netflix e intitolata ‘Il giovane Berlusconi’.
Oddio, a ben pensarci, il titolo appare un po’ forzato. Si parte, infatti, dagli anni settanta quando il povero Silvione stava intorno ai quarant’anni, i famosi anta dai quali si esce solo o centenari o dentro una bara, e si arriva, in conclusione, al fatidico 1994. Quando Silvio Berlusconi diventa per la prima volta presidente del consiglio ha già cinquantotto anni, quindi, non proprio giovanissimo.
Ma oltre queste disquisizioni provocatorie e, probabilmente, oziose, cosa dire di questo prodotto televisivo finito di girare prima della scomparsa di Silvione e messo in onda a quasi un anno di distanza, appunto, dalla sua morte?
Viene raccontata, soprattutto attraverso filmati, alcuni inediti, e brevi interviste a diversi personaggi, l’epopea di Berlusconi, i suoi successi imprenditoriali, prima col mattone, quindi con le televisioni e, infine, con il pallone. La sua scaltrezza, la capacità di anticipare tendenze, gusti e orientamenti sociali, si direbbe con una riflessione molto micro economica, la capacità di costruire prodotti nuovi e, quindi, cogliere tutto il vantaggio competitivo seguito a tale intuizione. Così costruisce palazzine, quelle di Milano 2, facendo sentire i proprietari di quegli appartamenti ricchi e borghesi e non come poveracci costretti magari a lavorare una vita per pagare il mutuo. E, ancora, le sue televisioni che si rivolgono al consumatore; la televisione è tutto ciò che sta intorno alla pubblicità dice Adriano Galliani tra i protagonisti di questa docuserie e fedelissimo a Silvio fino alla fine. Fino all’ingresso in politica, alla discesa in campo, con quel celebre discorso che inizia con l’Italia è il paese che amo che, ancora oggi, a guardarlo fa scendere lacrime di rabbia e costernazione. Perché, ancor oggi, personalmente mi chiedo come abbiano fatto tante e tante persone a cadere negli imbocchi mediatici e comunicativi di quest’uomo che, davvero e a osservarlo bene, non sembra così diverso da un comune e volgare venditore di pentole.
Si è detto e scritto che questa docuserie è un po’ troppo indulgente nei confronti di Silvione e, soprattutto, lascia quasi completamente nascosto il grande quesito del dove questo ha preso i soldi. Anche se la presenza di Marcello Dell’Utri, anche lui più volte intervistato nel corso dei tre episodi, qualcosa deve pur far capire.
È interessante, tuttavia, rivedere immagini di quel periodo storico, dalla
seconda metà degli anni settanta e fino al fatidico 1994 quando Silvio sale a
Palazzo Chigi e vince pure la Coppa dei Campioni strapazzando con il suo Milan
in finale niente di meno che il Barcellona Football club, insomma non una
squadra qualsiasi; son passati decenni e per chi, come me, quegli anni li ha
vissuti e li ricorda bene scende un po’ di malinconia se non altro perché
eravamo più giovani. O semplicemente eravamo giovani. Con quell’ingenuità che,
probabilmente, ci faceva sottovalutare il pericolo derivante da quest’uomo. E
mai avremmo pensato, neanche in quel fatidico 1994, che il fantasma di questo
personaggio si sarebbe aggirato per il paese non per qualche mese ma per
qualche decennio. Diretto da Simone Manetti, non eccezionale ma comunque da
vedere.

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