CARTE DA GIOCO
È capitato ieri nel corso di una conversazione di riferirsi al gioco delle carte. Anzi, ai giochi delle carte, rimestando nell’archivio di vecchi ricordi e sbiadite memorie.
Da bambino quando qualche familiare m’introduceva nelle regole e nei misteri di giochi come la briscola o il tresette mi pareva, quasi, di fare un salto triplo verso il mondo degli adulti.
All’inizio mi limitavo ad apprendere le norme basilari, tipo che l’asso a briscola era il ‘carico’ più pesante e valeva ben undici punti o che nella scopa classica il sette di denari, detto anche settebello senza alcun riferimento, evidentemente, alla gloriosa nazionale di pallanuoto, valeva da solo un punto oltre che essere prezioso per un altro obiettivo, quello della primiera.
Fin qui i giochi con le carte cosiddette ‘napoletane’ che, poi, più che napoletane erano piacentine. Così, almeno, stava scritto sulla scatola custodita gelosamente in qualche credenza e che conteneva tutte le quaranta carte.
C’erano, invece, le carte cosiddette francesi, erano cinquantadue perché includevano anche particolari figure come i Jack, le Donne e i Kappa. Ecco, e vado ancora nei ricordi, un Kappa - quello di cuori - era disegnato, chissà perché, nel biglietto della finale di Coppa dei Campioni del 1984 tra Roma e Liverpool. Non portò benissimo. E, comunque, oltre alle cinquantadue, citate carte, c’erano i jolly utili solo in particolari giochi.
Imparai così il ramino e la scala quaranta oltre che il poker senza diventare mai e fortunatamente un viziato. So che esistono altri giochi che non conosco, ad esempio il Burraco pare quello preferito dall’attuale premier (o l’attuale al maschile come preferisce farsi indicare) e questo, lo confesso, me lo rende già antipatico.
Per il resto i giocatori di carte sono come, che ne so, i tifosi di calcio o gli automobilisti. Ci sono gli occasionali e i sempre presenti così come ci sono coloro che prendono la macchina tutti i giorni e ‘quelli della domenica’ che, secondo una leggenda popolare, causano ingorghi e code perché decisamente sbadati e rincoglioniti.
E, quindi, ci sono quelli che giocano a carte solo in certe occasioni, che
so durante le feste natalizie, oppure, coloro che sono proprio appassionati di
briscole, tresette, ramini e quant’altro. E, quando capitano al tavolo magari
con qualche ‘occasionale, in un giorno di festa in famiglia o tra amici tendono
spesso a rimarcare questa loro maggiore esperienza. E la sconfitta, quindi, è
sempre causata dal giocatore occasionale che farebbe bene a lasciar perdere le
carte. Dimenticando che, poi, ciò che fa la differenza in ogni gioco non è
tanto l’abilità quanto la fortuna. Le carte che ti entrano, ecco, in base alle
quali hai differenti possibilità. Un po’ come la vita, forse, o anche no. Però
il tresette, in fondo, mi piaceva tanto con l’emozione iniziale di scoprire
nelle dieci carte iniziali se ce ne fosse qualcuna buona o, almeno, se fossero
mischiate bene. Per vincere e affermare con un po’ spocchia e sana presunzione
non di aver avuto culo ma di essere stati più bravi degli avversari.

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