LA ZONA D'INTERESSE di Jonhatan Glazer
Film candidato a ben cinque premi Oscar, ambientato nel periodo della
seconda guerra mondiale e con particolare riferimento alla tragica questione
dell’Olocausto e dei campi di sterminio. Si direbbe, quindi e pur con tutta
l’attenzione che il drammatico tema storico merita, nulla di nuovo sotto al
sole. Di film con simili contenuti se ne sono girati in quantità industriale.
Ma ‘La zona d’interesse’ di Johnatan Glazer, libero adattamento
cinematografico di un romanzo di Martin Amis – anno 2014 -, racconta questa devastante
tragedia storica con un particolare stile e punto d’osservazione.
Per l’intero film il male quasi non si vede, celato dietro il racconto
quasi banale, ordinario, di una famiglia tedesca. Si da il caso, tuttavia, che
quella sia la famiglia di Rudolf Hoss gerarca nazista che ha, peraltro, il
compito di organizzare i campi di sterminio. E, insieme alla sua famiglia, la
moglie Heidwig e i cinque figli, trascorre le sue giornate così normali con
colazioni e giochi dei ragazzini, in una ampia villa con giardino di uno
splendore quasi invidiabile.
A poche miglia di distanza, tuttavia, c’è il campo di sterminio di
Auschwitz che nel film non è mai raccontato dal suo interno ma che viene
evocato con tutti i crimini perpetrati con scene e adattamenti grafici che
scuotono la coscienza dello spettatore. A cominciare da quello sfondo nero
all’inizio del film e che si prolunga quasi a voler sprofondare lo stesso
telespettatore verso un inferno.
La zona d’interesse era proprio quella in cui vivevano i gerarchi che, poi,
lavoravano nei campi di sterminio.
Quali sono i messaggi che l’ottimo Johnatan Glazer vuole trasmetterci con
questa sua opera? Sicuramente quello sulla banalità del male, quella banalità,
poi, quasi rivendicata come alibi da quei militari tedeschi che si difesero nei
vari processi argomentando di aver soltanto eseguito degli ordini.
E, soprattutto, l’orrore nascosto nel film interroga ciascuno di noi sulle proprie responsabilità Le responsabilità di chi non vede l’orrore di
tragedie che avvengono più o meno a distanza delle nostre ‘zone d’interesse’.
Un fllm che, peraltro, non trasmette grande speranza. Con le musiche di
Mica Levi che richiamano disperate grida umane e con una scena finale con un
grande salto temporale ma che riporta, ancora, a quella regolarità, a quella
ordinarietà che evoca, in modo inquietante, la banalità del male.

Commenti
Posta un commento