UN ALTRO FERRAGOSTO di Paolo Virzi'

E, così e finalmente, sono andato a vedere quest’ennesimo film di Paolo Virzì, l’ultimo della sua copiosa produzione cinematografica, ‘Un altro ferragosto’ che dovrebbe essere il sequel dell’apprezzatissimo e, ormai, distante ‘Ferie d’agosto’, anno 1996.

Uso il condizionale perché tra i due film distanti nel tempo di ben ventotto anni, un bel pezzo di vita insomma, ci sono punti di contatto ma anche differenze sostanziali di forma e contenuto.

Certo, i protagonisti, al netto dei morti – attori e personaggi del film. sono gli stessi.

Innanzitutto, la famiglia di Sandro Molino (Silvio Orlando) giornalista che, ormai, scrive solo pezzi sui social che dice tanto di disprezzare. Il nostro intellettuale è gravemente malato e, forse, non arriverà nemmeno al prossimo autunno e così il figlio con il quale mai è andato d’accordo, un imprenditore di successo che vive a Londra insieme al suo compagno, organizza una piccola vacanza a Ventotene. Località trasformata da tempo in posto da vacanzieri anche un po’ caciaroni e che, magari, neanche conoscono alcune fondamentali vicende storiche. A Ventotene furono confinati durante il ventennio fascista alcuni tra gli intellettuali più raffinati, coloro che, in ultimo, gettarono le basi per la costruzione di una nuova Italia e di un Europa dei popoli. Questa vicenda storica viene raccontata dal nostro Sandro Molino a un nipotino occhialuto e che sembra particolarmente e, forse, sorprendentemente interessato a questa storica narrazione. E’ l’unico messaggio di speranza che, in fondo, ritroviamo in questo film.

A Ventotene arriva, tuttavia, anche la famiglia Mazzalupi. L’occasione è quella di un matrimonio dell’influencer Sabry Mazzalupi con Cesare, il classico giovanotto palestrato e tatuato e con due soldi di cervello, chiaramente vicinissimo alla destra ormai di governo.

Insomma, da una parte la famiglia di sinistra radical chic, dall’altra quella coatta di destra. Un cliché che viene riproposto in questo film ma, a mio modo di vedere, con meno successo e divertimento del precedente ’Ferie d’agosto’ e, magari, anche con una narrazione intrisa di stereotipi che, magari, hanno anche un po’ stufato.

Va dato comunque merito a Virzì di aver tracciato un quadro giustamente desolante della realtà del nostro paese nei tempi che viviamo. Nel film non si salva nessuno. Né i rampolli del buon Sandro Molino che appaiono spesso come vuoti e incapaci di comprendere il mondo in cui vivono. Sprezzanti e propositori, in fondo, di forme d’irritante classismo sociale.

Dall’altro lato i personaggi che popolano l’universo della famiglia Mazzalupi, compreso il bravo Cristian De Sica nel ruolo di un ingegnere arruffone e un po’ sciacallo. Tutti soggetti questi che descrivono quel pezzo d’Italia oggi vincente e di potere; ignorante, insipiente, razzista, omofoba e chi più ne ha più ne metta.

E’ un film di dialoghi più che d’immagini del quale ho apprezzato, proprio, la malinconia, l’amarezza, il disincanto e quel finale tutt’altro a lieto fine. Con quel monologo di una delle protagoniste che dice, paro paro, che la vita è una merda e che noi ‘famo tutti schifo’. Senza differenze politiche. Semplice e testuale, in fondo evocativo di un finale senza speranza. Che a me è piaciuto e del resto, cosa farci, pure io appartengo a quella schiera di sinistrorsi perdenti e un po’ sfigati e, talvolta, pure con atteggiamenti da radical.

Un discreto film anche se ‘Ferie d’agosto’ era, per conto mio, di un’altra categoria. Ma come ho letto da qualche parte, questo film proposto come sequel a ventotto anni di distanza, è peggiore del precedente perché tutti noi siamo peggiorati. Alla prossima.   

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