CARCERI
Si è parlato diffusamente nelle ultime settimane, e anche nei cosiddetti media mainstream, di carcere. Meglio sarebbe dire di carceri, con particolare riferimento alla drammatica vicenda di Ilaria Salis, l’antifascista reclusa in una prigione di Budapest. Ma, anche riguardo ad altri casi di cittadini italiani ospiti di galere all’estero o con riferimento ai famigerati C.P.R. da molti e legittimamente definiti lager a cielo aperto dove, e proprio nei giorni scorsi, un giovane della Guinea si è tolto la vita. E anche nelle carceri cosiddette ‘ordinarie’ c’è stata una tragica impennata nel numero di suicidi nel primo mese dell’anno. Insomma tanti spunti che dovrebbero spingere la politica tutta a occuparsi di una materia così delicata. E il governo a intervenire con qualche misura che, quantomeno, rendesse più dignitosa la condizione dei detenuti.
Ma, oltre queste pie illusioni, ciò che mi sono chiesto durante questo
periodo riguarda la percezione che abbiamo noi che non siamo in carcere, che
non siamo mai entrati in un carcere e, probabilmente, mai ci entreremo, della
vita di chi sta dentro quattro mura.
Ora, il carcere non è una cosa naturale né una roba che c’è sempre stata. E
non serve neanche leggere Foucault per sapere che il carcere, appunto, è
un’istituzione totale creata dentro le società borghesi e liberali.
È un tema che meriterebbe lunghe riflessioni e necessari approfondimenti. Ad esempio, capita di parlare con qualcuno della possibilità di abolire il carcere. Ed è frequente, quasi scontato, che questo qualcuno resti basito di fronte a tale proposta obiettando, e che ne faremmo dei criminali, come li puniremmo? Ecco, questo riconduce all’idea assai diffusa che si ha del carcere. Una specie di girone infernale dove soggiornano per lo più soggetti che non meritano di appartenere al ‘mondo di fuori’. E le mura del carcere, di qualsiasi carcere segnerebbero il confine tra un mondo di reietti e un mondo di giusti e onesti. Confine segnato da leggi e da giudici che garantiscono interessi di quelle che potremmo definire classi dominanti.
La disumanità del carcere dovrebbe, tuttavia, essere al centro di profonde
riflessioni. Mi è capitato spesso di pensare e se durante la mia vita fossi
finito in prigione per una qualsivoglia ragione? Avrei retto a una simile e
drammatica prova? Avrei sopportato la promiscuità, le condizioni spesso
fatiscenti e le lunghe ore senza far niente? E potrei chiudere citando Voltaire
che diceva che il livello di civiltà di un paese si manifesta con la condizione
delle sue carceri. Sperando che un giorno possano essere abolite
definitivamente in un livello migliore e maggiore di civiltà.

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