FAVOLE

A memoria non ricordo qualcuno che mi abbia mai raccontato favole prima che cadessi tra le braccia di Morfeo. Quelle dolci scene di bambini che si addormentano soavemente mentre un genitore o una nonna è nell’atto di concludere la magica narrazione, non appartengono alla mia infanzia. Mio padre non avrebbe mai avuto le forze per una cosa del genere, mia madre e mia nonna erano donne troppo concrete e pragmatiche per abbandonarsi a simili smancerie.

Però, qualche favola la conoscevo anch’io. Cenerentola che perdeva la scarpa e Biancaneve che girava sempre con i sette nani erano una roba da deboli femminucce. Per noi maschietti ci voleva qualcosa di più forte, adatto alla nostra virile crescita.

Cappuccetto Rosso era una favola buona per tutti i generi e tutte le stagioni. La storia di una bambina che viveva in un bosco e doveva stare ben attenta a tutti i possibili pericoli che poteva incontrare lungo il suo tragitto. Compreso quello di un lupo che finisce per divorare prima la nonna e, quindi, la stessa Cappuccetto Rosso, mangiandosele pezzo per pezzo in modalità serial Killer.

Da questa favola deducevo che la vita era piena di pericoli e che bisognava diffidare di tutti, o quasi. Soprattutto bisognava diffidare di quelle persone che, apparentemente, ti blandivano e ti corteggiavano. Potevano essere le persone più infide. Insomma, dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io.

Poi c’erano Babbo Natale e la Befana. Babbo Natale, dalle mie parti, passava praticamente inosservato. Si puntava tutto sulla Befana, figura tipicamente romana e romanesca.  Non ho mai creduto che una vecchia signora con la scopa si presentasse di notte per portare regali mentre dormivo dolcemente. Però, aspettavo questi regali con trepidazione e la giornata del sei gennaio presentava aspetti agrodolci. Arrivavano doni ma, allo stesso tempo, finivano le vacanze natalizie. L’Epifania che tutte le feste si porta via, un ritornello che sentivo tuti gli anni insieme all’altro che descriveva il viaggio di questa vecchia signora. La Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte…     

Ricordo, invece, che la nostra maestra delle elementari ci faceva spesso leggere e commentare alcune favole e poesie di un noto autore, Gianni Rodari. Erano favole e filastrocche decisamente didascaliche, non troppo lunghe e che si prestavano ad attente riflessioni. Indicavano una morale, in fondo, ben più articolata di quella delle favole tradizionali.

E, poi, c’erano i passi del Vangelo che spesso leggevamo e commentavamo. Non erano proprio favole ma, a me, sembravano molto simili. Almeno per lo stile e per l’impostazione delle storie.

Insomma, conoscevo il mondo delle favole anche se le immagini di bambini addormentati da mamme e nonne che raccontavano storie fantastiche rappresentava, per me, soltanto una finzione cinematografica. Tuttavia ne apprezzavo il racconto e gli insegnamenti che si potevano trarre. Anche se c’era sempre il lieto fine. Come nella favola di Cappuccetto Rosso dove, alla fine, arriva un uomo che libera la bambina e la nonna dalla prigionia del lupo. Quel lieto fine che manca spesso nelle cose della vita e che, tutto sommato, rendeva queste favole meno attraenti. Perché si sapeva già come sarebbero andate a finire. E tutti vissero felici e contenti. Nelle favole, nella vita reale non sempre è così.    

Commenti

Post popolari in questo blog