SALUTI

Saluti. Se ne è parlato molto in questi giorni in conseguenza di quel che è avvenuto durante una manifestazione di fascisti a Roma. Il saluto romano che viene dai tempi degli imperatori, Ave Cesare, quel braccio teso e alzato ripreso poi dai camerati del tragico ventennio.

Poi, ci sono altri modi per salutarsi. La classica stretta di mano, molto borghese e, forse, occidentale, accompagnata, spesso, da baci sulle guance che, confesso e a parte qualche caso particolare, sopporto ben poco. Saluti sentiti e calorosi con tanto di abbraccio, tipico tra persone particolarmente emozionate nel vedersi o rivedersi magari dopo qualche tempo o a seguito di un episodio particolarmente importante nel bene o nel male.

Il saluto con la manina, mi vengono in mente le partenze sui treni di una volta, gente affacciata al finestrino che muoveva una mano, o anche due, per salutare chi restava sotto e sulla banchina con gli occhi gonfi pronti a esplodere in un pianto commosso. Oggi non ci si saluta più dai treni, con l’alta velocità fai prima ad arrivare a Milano (da Roma) che al posto di lavoro nei famigerati mezzi del trasporto pubblico capitolino.

Ci si saluta per convenzione o per educazione, anche per rispetto. Spesso per un insopportabile rispetto delle gerarchie. E, al tempo nel quale gli studenti si alzavano in piedi quando entrava il preside o il professore, quel genio di Gianni Rodari si chiedeva perché la stessa cosa non accadesse quando faceva il suo ingresso il bidello. Già, perché? Me lo chiedevo anch’io quando ero costretto a questo rito formale, peraltro, già in disuso ai miei tempi da studente ormai assai remoti.

Salutarsi è un piacere ma può essere un insopportabile obbligo, un fatto di rispetto ed educazione. Si saluta il vicino di casa che s’incontra per le scale o in ascensore, il fornaio dove compri il pane o coloro ai quali chiedi un’informazione. Salve, buongiorno o buonasera. E quando si litiga con qualcuno non ci si saluta neanche più. Oppure, e come si dice, i rapporti si raffreddano. E, allora, non resta che un buongiorno e buonasera senza abbracci, baci e strette di mano. Un saluto freddo di chi prende commiato da qualcuno o da qualcosa con qualche rimorso ma, sperabilmente, senza alcun rimpianto  Come il suonatore Jones ripreso in una splendida canzone di Fabrizio De Andrà tratta dall’Antologia di Spoon River di Edgar Master Lee. 

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