A PERFECT DAYS di Wim Wenders

E’ domenica e fa freddo e il cinema, dunque, è sempre una buona soluzione per svoltare la giornata di festa durante la quale, pare, anche nostro Signore si riposò. Che c’è che non c’è, questo ce l’ho, quest’altro mi manca, così vado a vedere l’ultimo film, il diciottesimo, dico e ribadisco il diciottesimo film di Wim Wenders, insomma mica l’ultimo arrivato. Uno che ha vinto un sacco di premi, pieno di trofei, insomma, come Guardiola o Mourinho ma senza il problema che qualcuno possa esonerarlo. Smetterà quando vorrà lui o quell’altro che ho già citato, il Signore che, pare, si riposò proprio di domenica-

Pure stavolta il vecchio Wim è andato a Cannes a presentare la sua opera cinematografica e Koji Yakushoha vinto  il premio come miglior attore. Attore protagonista, in questo film il nostro Koji interpreta un signore che si guadagna il salario pulendo bagni in parchi pubblici. Un lavoro che svolge con estrema dedizione a differenza del suo assistente, un tizio che sembra un po’ fulminato che gioca con lo smartphone mentre pulisce bagni alla turca ed è disperato perché si è innamorato ma non ha i soldi per andare a cena con la nuova compagna. Per fortuna c’è il nostro eroe che gli presta i soldi e pure senza interesse. Il nostro protagonista, si diceva, una figura intorno alla quale gira tutto il film che dura un paio d’ore, un tipo ordinario che passa le giornate facendo, complessivamente, sempre le stesse cose. Si sveglia, fa colazione, si mette la tuta da lavoro, si reca, appunto, a lavorare, fotografa alberi, ascolta ottima musica su cassette anni settanta o ottanta e legge libri anche assai interessanti. E’ un solitario che osserva il mondo che gli passa vicino, non fa troppe cose ma vede gente, piccoli o grandi, ai quali dispensa sorrisi e pacche sulle spalle. Un buono, insomma, che, a un certo punto, si ritrova pure la nipote tra i piedi scappata da casa dalla sorella con la quale, forse, anche il nostro eroe ha già litigato in precedenza. Ora, nonostante l’ordinarietà della sua vita, il nostro tipo sembra assai sereno, non dico felice, ma almeno sereno. E questo, forse, è il senso che dobbiamo dare a questo film, il messaggio ultimo che il vecchio Wenders ci voleva comunicare. Accontentatevi di quel poco che avete e vivete nel presente. Perché durante il film, l’ottimo Wim ci propone pure passaggi di personaggi che rinverdiscono il detto del c’è sempre chi sta peggio. Ad esempio il tizio con qualche disagio psichico e il malato terminale che, peraltro, è il marito separato della sorella che vorrebbe rivedere prima che sia troppo tardi. E basta con lo spoiler, se volete guardare un bel film da cinefili, appassionati di film d’autore andate a vederlo. Altrimenti, se preferite commedie con trame sorprendenti, kolossal o, addirittura, siete di quella categoria di persone che ‘aho io quanno vado al cinema me vojo solo rilassà e fa quattro risate’, allora lasciate perdere. Il vecchio Wenders sopravvivrà anche senza di voi e, magari, come ha dichiarato in un’intervista senza il proposito di smettere di fare il regista per mettersi a pulire servizi pubblici. Che è cosa assolutamente utile alla collettività, dignitosa ma, e come avrebbe detto il povero Silvione mi si consenta, non garantisce lo stesso conto in banca di un regista di successo. At next time.

 

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