COPERTA
Una vecchia coperta ormai logora, consunta. Quante volte era stato riscaldato da quella coperta nelle notti fredde e di pioggia. Quelle notti durante le quali, per nessun motivo al mondo, sarebbe uscito di casa. Quelle notti che era meglio starsene tranquilli a guardare un film. Quelle notti che non lasciavano rimpianti per mancate serate a bisbocciare con gli amici.
Ora quella coperta consumata non serviva più. Anzi, a
pensarci bene, poteva ancora servire. Poteva essere tagliata con accortezza,
ritagliando pezzi di stoffa sui quali collocare preziosi ricordi della propria
vita.
Pezzi di stoffa legati tra loro, così come i ricordi
della vita concatenati in un ordinato succedersi di eventi.
Riempire quella stoffa con ricordi di foto ormai
ingiallite, con pagine di diari rese illeggibili dal tempo e col fiume di
ricordi che scorreva malinconico nella mente.
Tra un pezzo e l’altro spazi vuoti. Spazi che
significavano tempi sospesi, le ore della pigrizia e dell’ozio, le ore del
dolce far niente. Le ore delle occasioni perdute, delle incertezze che avevano
impedito un diverso succedersi delle cose.
Tempi sospesi. Quelli delle estati dell’adolescenza.
Non c’erano soldi per le vacanze, gli amici sparivano in luoghi lontani. Usciva
di casa senza mete precise, alla ricerca di qualche amico. Citofoni da suonare.
Scusi che c’è Giulio, istanti di attesa, l’ansia di una risposta che poteva
entusiasmare, si ora te lo chiamo, o deludere, no è uscito e non so quando
torna.
Quel compagno di avventure che spesso spariva. Aveva
già una fidanzata e, quando andavano a mangiare la pizza il sabato sera, si
congedava prima di tutti. Col sorriso stampato sulle labbra e con l’invidia dei
suoi compagni. Questo va a scopare, dicevano come maschietti illusi dalla
convinzione di saperla già lunga.
Tra i pezzi di stoffa, avrebbe messo foto di suo
padre, e quella Fiat 124 che lo portò in una delle poche vacanze estive dei
suoi anni più verdi. Sul lago di Como, sul ramo opposto a quello manzoniano.
Una camera d’albergo tutta per sé, l’emozione del viaggio, centinaia e
centinaia di chilometri consumati sull’autostrada, seduto vicino al papà
inquieto e preoccupato che quella sgangherata automobile potesse lasciarli per
la strada. Con una sola sosta all’autogrill, giusto per i bisogni necessari e
insopprimibili.
Meglio così. Una volta a casa poteva finalmente
raccontare qualcosa ai suoi compagni. Poteva rispondere alla consueta domanda
di fine estate, cosa hai fatto durante le vacanze, senza doversi impegnare
troppo con la fantasia.
E, in fondo, poteva già immaginare un nitido ricordo e
qualche immagine che sarebbe stata sbiadita dal tempo con la quale riempire
quella coperta logora.

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