MAIPEI

Rovistando nella memoria di lontane trasferte, ricordo che a Reggio Emilia andai qualche volta già durante gli anni novanta in occasione delle rare presenze della squadra della città, la Reggiana, nella massima serie. E ricordo il vecchio stadio Mirabello e, quindi, il Giglio poi, e per l’appunto, acquistato dai padroni del Sassuolo e ribattezzato con il nome della loro azienda, Mapei. 

Il Sassuolo sta in serie A da una decina d’anni, ha maglie nero verdi, fa un bel calcio per definizione, ha un inno tra i più brutti d’Europa e una particolarità assai singolare. E’ uno dei pochi club di serie A ad avere meno tifosi della Lazio. 

La trasferta col Sassuolo, quindi, si presta a esodi e invasioni, insomma è una roba da migliaia e migliaia di tifosi romanisti al seguito che occupano quasi tutti i settori dello stadio. Una di quelle occasioni durante le quali ai trasfertisti sempre presenti si mischiano i cosiddetti ‘occasionali’ che spesso, e con poca ragione, sono disprezzati e insultati dai primi. In fondo, poter andare in trasferta sempre è un privilegio che ci si può concedere se non si hanno particolari problemi, che so, di lavoro, di soldi o di famiglia. E chi fa due o tre trasferte l’anno non può essere demonizzato anche se, evidentemente, per chi ci va sempre è causa di ulteriori problemi logistici, tipo quelli legati all'acquisto di biglietti. E, tuttavia, la diatriba tra militanti senza tregua e occasionali si protrae ormai da anni ed è diventata quasi uno scontro di civiltà sul quale sarebbe utile soffermarsi più a lungo.  

E, comunque, a Reggio Emilia si arriva comodamente in automobile o, ancor meglio, in treno con la stazione dell’alta velocità progettata da Santiago Calatrava, mica da uno scemo qualsiasi.  

Italo offre sempre la sua ordinaria efficienza unita a prezzi accessibili. Il treno è pieno e si ripropone l’annosa e stanca domanda, ma perché tutta questa gente si sposta di domenica se non deve andare a vedere la Roma?  

A Reggio fa freddo ma, almeno, non piove come tre giorni prima a Ginevra e ci scappa pure una sbirciata del centro cittadino prima di entrare, tappa inevitabile, in un buon ristorante ed affogare in un tris di tortelli che non poteva certo mancare. Con la Roma nel cuore e il Lambrusco in corpo si entra nel settore ospiti dello stadio Mapei.

La partita è tribolata e tra il primo e il secondo tempo decido di cambiare versante e compagnia, passando da sinistra a destra (segnale solo geografico e non politico è bene sottolinearlo) e la mossa si rivelerà vincente tanto quanto i cambi di Josè Mourinho. La Roma ribalta il risultato e possiamo tornare in stazione per il treno di ritorno con i piedi gelati ma il sorriso tra le labbra, ridendo sull'inaspettato eroe di giornata, un danese lungo e biondo passato in poche ore da ‘pippa al sugo’ a erede di Cafu.


 

Sul treno di ritorno mi sposto illegittimamente in prima classe dove c’è posto e ricevo pure e abusivamente il rinfresco del vecchio Italo, biscotti e succo di frutta. D’altra parte con tutti i viaggi che ci ho fatto ci possono pure stare. Si ritorna dopo la mezzanotte, anche dopo l’una forse con una certa stanchezza per le due trasferte in tre giorni e una certa fame di ritorno. L’effetto tris di tortellini è già svanito e i cracker di Italo non hanno messo una pezza significativa. Ma, finalmente, si ritorna a casa con i tre punti in tasca e con la consapevolezza di aver sfatato, almeno per una volta, quel trito e ritrito luogo comune secondo il quale il tifoso occasionale porta male. Ad majora.

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