TRAFFICO
Consideriamo, ormai, il traffico automobilistico nelle città in cui viviamo come qualcosa di inevitabile. Quasi come un fatto naturale, anche se e in realtà, la natura non prevede autoveicoli e lastre di cemento. E nemmeno righe, carreggiate, semafori e quant'altro.
Però vuoi mettere? Il traffico c’è sempre. O quasi. Ne veniamo risparmiati in ore notturne (e non sempre), oppure, durante quella che viene definita, e non con tutte le ragioni, la bella stagione. In estate e, segnatamente, durante le settimane a cavallo con il Ferragosto. Quelle strade libere, quella facilità di trovare parcheggio per le nostre automobili ci rallegrano ma, nel contempo, ci intristiscono. Perché se ne sono andati via in molti e noi, invece, siamo rimasti tra i pochi a goderci (o maledire) le bellezze delle città vuote.
Il traffico lo conosco da quando sono nato e ricordo ancora le imprecazioni di mio padre quando finiva imbottigliato in qualche ingorgo. Oppure le domeniche d’estate quando si andava al mare e ci voleva un’ora e anche più. Poi ci sono ingorghi e ingorghi e, con il tempo e l’esperienza, impari a distinguere il blocco causato, che ne so, da un incidente o da lavori stradali. Quando sei completamente fermo, oppure, si riesce a scorrere lentamente e gradualmente.
E quando la strada si libera ci sono quelli che accelerano rabbiosamente,
sgassando e consumando combustibile, sentendosi finalmente liberi. Liberi con
la loro automobile che, tuttavia e in fondo, è uno dei simboli di quella
alienazione alla quale siamo quotidianamente ridotti.

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