BOLOGNA
Bologna è da tempo una classica delle trasferte italiane. Almeno una volta
all’anno, insomma, tocca annacce al netto delle stagioni che la squadra
felsinea ha disputato nella serie cadetta. Prima che arrivasse Joey Saputo il
canadese, re delle mozzarelle, che ha dato alla società emiliana una certa
solidità senza, tuttavia, risultati clamorosi. Piazzamenti di mezza classifica
che non scaldano, insomma, una piazza già piuttosto sobria di suo. E, tuttavia,
quest’anno la storia sembra cambiata. Non siamo al Bologna che tremare il mondo
fa che, giova precisarlo, è quello degli anni trenta e non quello dell’ultimo
scudetto rosso blu del 1964, l’unico assegnato dopo uno spareggio disputatosi
all’Olimpico di Roma; un Bologna, quest’ultimo, che aveva come presidente quel
Renato Dall’Ara al quale è intitolato lo stadio.
Il Bologna che si presenta al cospetto della nostra, amata e magica Roma ha
totalizzato i nostri stessi punti e occupa, quindi, il medesimo posto in
classifica; il quarto, l’ultimo buono per qualificarsi per la Champions League
della prossima stagione. Insomma, usando una perifrasi usata e abusata dalle
nostre parti e nei nostri discorsi da tifosi malati, è una partita fondamentale
e quasi decisiva.
E, comunque, a Bologna ci si arriva comodamente col treno, l’alta velocità
che impiega meno di tre ore da Termini alla stazione sotterranea e buia
dell’alta velocità di Bologna. Viaggio d’andata addirittura in business class,
d’altra parte mica annamo a divertisse (…), e arrivo nel capoluogo emiliano
poco prima dell’una. Si prende un taxi per raggiungere il ristorante scelto per
soddisfare i nostri appetiti culinari e mettere la necessaria pezza allo
stomaco. Per cronaca, il ristorante si trova vicino alla celebre via Paolo
Fabbri che ispirò il maestro Francesco Guccini in uno dei suoi pezzi più
famosi. Siamo in una trattoria assai rustica e popolare, frequentata soprattutto,
a quanto vedo, da studenti universitari. E, comunque, se magna bene e si
spende, pure e relativamente, poco. Insomma possiamo uscire dal ristorante
pieni e soddisfatti e recarci verso lo stadio dove inizia l’altra parte della
trasferta, quella che si rivelerà meno soddisfacente. In un tardo pomeriggio di
freddo umido con la termica e la calzamaglia che, fortunatamente, fanno il loro
prezioso lavoro, la nostra Roma incappa in una di quelle partite brutte, ma
così brutte da far dire a qualche tifoso presente e che, per un po’ smarrisce
la fede, ma chi me lo fa fare?
Personalmente, riesco ad incassare la sconfitta con un discreto rodimento
di culo ma con la serenità quasi olimpica di chi. ormai, può dire di aver visto
pure di peggio.
Torniamo alla stazione su una navetta stracarica e mi sintonizzo su DAZN
per vedere Lazio Inter. Continuo la visione sul treno per quanto posso con le
gallerie e la connessione che, di tanto in tanto, fanno sparire il segnale,. La
Lazio prende un’altra sveglia e questo è sempre assai confortante e fa,
decisamente, bene per la salute. Del resto siamo al diciassette dicembre una
data storica. Ventitré anni fa, nella stagione del terzo e ultimo scudetto
romanista, vincemmo un derby grazie a un autogol del mai troppo celebrato Paolo
Negro. Un eroe immortale che, con le sue gesta, ha emozionato tanta gente e che
è sempre doveroso ricordare e celebrare adeguatamente. Magari riguardando il
filmato di quell’autogol che alimenta la solita e annosa disputa tra chi
l’accolla a Nesta e chi a Negro. Personalmente, non ho dubbi e il merito
maggiore di quell’impresa storica non può che essere attributo all’ex giocatore
veneto che si trovò al posto giusto nel momento giusto. Divagazioni che,
comunque dopo questa partita di merda mi riconsolano un po’. Ultima annotazione
sul viaggio di ritorno su un treno con
scene che ricordano i lontani e mitici anni ottanta. Ma come il vecchio
Barbaresco di Cormons il re dei falli di confusione, regolarmente designato in
periodi ormai remoti in big match che dovevano finire zero a zero, meglio
sorvolare e non scendere in particolari. Chiudiamola così, insomma, con la
stazione Termini piena di poliziotti e, addirittura militari, che ci accoglie
in un ritorno un po’ mesto. Sempre forza Roma e con Paolo Negro nel cuore. Ad
majora.

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