A BOCCAPERTA
Durante una classica serata invernale, con un freddo che non invogliava
affatto a mettere i piedi fuori da casa, facevo zapping tra i vari canali che
l’ormai infinita offerta televisiva offre. Trashioni d’infimo ordine, notiziari
sportivi e d’attualità più o meno spicciola, la prima alla Scala di Milano con
ospiti politici non proprio eccezionali e, così e infine, mi sono imbattuto
nell’inevitabile talk show.
Si parlava di femminicidi e il mio sguardo coglieva un aspetto assai
frequente e singolare in queste trasmissioni ormai usate e abusate. Quello
riguardante la composizione del parterre dei cosiddetti opinionisti e
opinioniste. In ordine sparso, due donne che, pur con differenti sfumature,
esprimevano posizioni riconducibili ai femminismi, uno psichiatra che, pur non
negando completamente le radici sociali del fenomeno in questione, si
soffermava sulla mente tarata dei carnefici di turno e, poi e inevitabilmente
(mai na gioia!), i rappresentanti di un mondo che nega qualsiasi riferimento al
patriarcato. Ecco, quindi, l’avvocata (anzi avvocato come vuol farsi definire),
che scrive sul giornale cattolico e anti abortista ‘Il Foglio’ che riproponeva
teorie già uscite dalla bocca del celeberrimo Andrea Giambruno (il lupo sempre
in agguato dal quale le donne devono difendersi con atteggiamenti sobri), la
rappresentante del movimento Pro Vita e, addirittura, l’immarscescibile
Gabriele Adinolfi con il quale il bravo conduttore riusciva anche a discutere
amabilmente.
Ospiti selezionati non sulla base del loro sapere, delle conoscenze e delle
esperienze ma secondo una logica da bar dello sport. E mi tornava in mente il
povero Gianfranco Funari che s’inventò una trasmissione diventata assai
popolare, Aboccaperta (tutto attaccato). Ricordo che il conduttore romano
acchittava lo studio contrapponendo gruppi che esprimevano posizioni opposte e
incompatibili rispetto al tema in questione. E lo facevano senza indugiare su
analisi più o meno complesse e raffinate ma attraverso concetti assai semplici
ed espressi con toni verbali assai alti. Insomma, ne usciva quella che a Roma
potremmo definire una caciarata. Funari era consapevole che tale tipo di
format, al tempo quasi innovativo nel nostro paese, potesse riscuotere un
discreto successo. Che, poi, questo stile di trasmissione sia diventato il
modello al quale s’ispirano, ormai, tutti i conduttori di trasmissioni di
attualità note anche come talk show è un dato difficilmente opinabile. Non
resta che sottrarsi, per quanto si può, dalla visione di simili trasmissioni.
Sperando, magari, in temperature serali più miti che consentano, e come
scrivevo all’inizio, di mettere il naso fuori dalla porta senza bisogno di
maglioni pesanti e calzamaglie.

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