OLD OAK di Ken Loach 

Non è, probabilmente, il miglior film di Ken Loach, il regista inglese con una carriera ormai lunga e giustamente celebrata e pluridecorata. Tuttavia, nella storia raccontata in questo film, comunque piacevole e ben costruito, Old Oak, ci sono scene, immagini e dialoghi assolutamente significativi.

Siamo nel 2016 in una città del nord dell’Inghilterra, uno di quei posti con le casette rosse, il cielo raramente limpido e, soprattutto, con una comunità da tempo frammentata, divisa, impoverita e incattivita- Non ci sono più le fabbriche (in questo caso minerarie), non esiste più quella solidarietà tra soggetti accomunati da una medesima condizione sociale. I vecchi operai sono diventati qualcos’altro, soggetti che chiudono bene le porte delle loro case e temono l’arrivo di qualsiasi altro soggetto portatore, magari, di qualcosa di nuovo e poco conosciuto. Sullo sfondo decenni e decenni di politiche neo liberiste, iniziate in Inghilterra già alla fine degli anni settanta del secolo scorso da Margaret Thatcher, storica prima ministra inglese mai troppo odiata.

L’anno in questione è il 2016 e la storia inizia con l’arrivo nella cittadina di un gruppo di profughi siriani. Situazioni che potremmo ritrovare anche in altri paesi e che spesso abbiamo visto nelle nostre città e nella nostre periferie. L’accoglienza, quindi, non è proprio delle migliori e s’innescano i classici meccanismi della guerra tra poveri.

La solidarietà che, come si ricorda in uno dei migliori dialoghi del film, non è carità, sembra un valore totalmente scomparso. Ma c’è nel film, comunque, un messaggio di speranza, quando il gestore del vecchio pub TJ Ballantine, insieme alla giovane cooperante Yara, organizza nel retro del suo locale una mensa dove può accedere chiunque ne abbia bisogno. Senza distinguere in base alla loro provenienza, siriani e vecchi nativi di quella cittadina del nord dell’Inghilterra. Sullo sfondo le foto delle vecchie battaglie operaie e quella didascalia così esemplificativa; whwn you eat togheter, you stick togheter, quando si mangia insieme, si resta insieme.

Un film che conferma il talento del regista inglese nonostante i suoi ottantasette anni, forse e tuttavia, troppo schematico, quasi meccanicistico. Insomma, e sempre con la massima stima per il vecchio Ken al quale auguro almeno i cent’anni, non il miglior film della sua lunga produzione artistica. E l’applauso in sala al termine dello stesso film mi è sembrato più un riconoscimento alla carriera che alla qualità della pellicola riprodotta.

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