FRESCHETTO E COMPLOTTI
Primi giorni di novembre e comincia, inevitabilmente e, nonostante il climate change e le mezze stagioni che non esistono più, a far freschetto. Soprattutto di mattina e questo clima leggermente più frizzante disincentiva ancora un po’ a tirarsi su dal proprio giaciglio.Ma questo e, giova ribadirlo, non è colpa del lunedì, o del martedì, o di qualsiasi altro giorno della settimana, e neanche di un qualunque mese dell’anno, ma del capitalismo che ci costringe a vendere la nostra forza lavoro per un salario più o meno dignitoso.
Il problema legato a questo tizio e alla sua casuale vicinanza (mai na gioia!), non era riferito all'assonanza estetica con l’indimenticabile Yul Brinner ma alla sua voce. Continua, determinata, forte. Fastidiosa. Mentre tentavo di concentrarmi sulla lettura del mio libro, il tono della sua voce mi distraeva inevitabilmente. Lo ascoltavo. Il classico ‘complottista’ dei nostri tempi, si direbbe. Difficile collocarlo all’interno dell’attuale schieramento parlamentare. Criticava il sindaco Gualtieri per pedonalizzazioni in centro e ZTL ma anche la premier (non me l’aspettavo sinceramente) che avrebbe, a suo dire, dovuto dimettersi a seguito della nota telefonata dei comici russi.
Ad ascoltarlo, pensavo ai danni prodotti da un utilizzo di tutto quel flusso d’informazioni scaricate dalla rete, dalla necessità di disporre di categorie d’analisi che consentano lucide chiavi di lettura e d’interpretazione dell’esistente.
Ad esempio, il tizio parlava del debito pubblico italiano. Secondo lui,
fino al 1981 tutto andava bene poi è arrivato qualche politico massone e le
solite banche che non hanno più sostenuto l’acquisto di titoli di stato.
Insomma, raccontava una storiella anche vera in buona parte dimenticando,
tuttavia, l’elemento fondamentale. Nel 1981 anche in Italia iniziavano gli
effetti delle politiche neo liberiste cominciate negli USA di Reagan e nella
Gran Bretagna di Margaret Thatcher. Con tutte le conseguenze che continuiamo a
subire. Ad esempio i tagli alla spesa pubblica. Quindi, meno scuola, meno
sanità, meno trasporti. E stare stretti su un treno come sardine,
impossibilitati alla lettura dalla vicinanza di qualche passeggero troppo
chiacchierone, in fondo, è ancora colpa del capitalismo. Non di quel capo
stazione con il quale il tizio pelato raccontava di aver litigato qualche
giorno prima.

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