GIOCHI DI SOCIETA'

Un tempo li chiamavamo giochi di società. Migliore, probabilmente, la definizione di giochi da tavolo. Ci si mette, appunto, intorno a un tavolo, parenti, conoscenti, amici e amici di amici e chi se ne importa, l’unica cosa che conta è conoscere le regole del gioco. Ecco, ci sono delle regole da seguire e rispettare e non sempre vince chi è più bravo. A volte, la fortuna è più importante delle capacità e come diceva qualche vecchio saggio meglio un generale fortunato che uno bravo.

Questo pippone anche un po’ confuso sui giochi da tavolo o da società che dir si voglia mi veniva in testa questa mattina mentre leggevo notizie e commenti sui risultati delle elezioni amministrative in Molise. Ora, e intanto bisogna, dire che del Molise, di questa regione piccola che una volta formava un tutt’uno con il confinante Abruzzo, sui giornali e altri mezzi d’informazione si parla assai raramente. Quando ci sono le elezioni, appunto, e alle ultime politiche il candidato della destra era niente di meno che il grottesco Claudio Lotito, in occasione di qualche fatto di cronaca di quelli che, magari, scomodano psicologi e sociologi di dubbia o conclamata fama, oppure, quando si verifica qualche calamità naturale. E, tutti a dare il proprio contributo per risollevare le sorti di qualche paese di questa dimenticata regione.

Nel fine settimana si sono svolte in Molise le elezioni amministrative e a leggere (sommariamente) i numeri sembrerebbe che la destra abbia ancora una volta trionfato. Il candidato dello schieramento fondato dal povero Silvione già nel 1994 e rinforzato per l’occasione dalle truppe cammellate di Italia Viva di Matteo Renzi ha stravinto contro il cosiddetto campo largo, ovvero quell’accozzaglia di sigle e partiti di centro sinistra che fa perno, soprattutto, sul PD e sul Movimento Cinque Stelle. Un sessantaquattro a trentasei o giù di lì, insomma un successo netto e senza discussioni. Poi, però, c’è un altro dato che dovrebbe suscitare dibattiti e discussioni ben più ampi e approfonditi. Ha votato soltanto il quarantotto per cento degli aventi diritto, ecco, più della metà degli elettori è rimasto a casa. E ciò significa che chi governerà la regione gode del consenso, circa, di un cittadino molisano su quattro. E’, in fondo, quel che accade anche a livello nazionale nonostante che gli attuali governanti dichiarino, un giorno sì e l’altro pure, che godono del consenso della maggioranza degli italiana. Ma de che?

Chi non vota non esprime il proprio consenso a favore della coalizione vincente. Ma non fa, in realtà, neanche il contrario. E la legittima scelta di tanti soggetti di disertare le urne non si traduce in una partecipazione politica in altre e, forse, più consapevoli e virtuose forme. E, allora, bisognerebbe indagarne le cause, individuando, soprattutto, la natura sociale di coloro che, ormai da tempo, hanno smesso di recarsi alle urne. Ma che non scendono neanche in piazza, non cercano soluzioni collettive e condivise magari con altri nella loro stessa condizione. Magari si affidano, unicamente, alla ricerca della svolta individuale. E’ una società dove non si fa più politica, una brutta malattia, un dramma sociale conseguenza degli ultimi decenni di vita politica e sociale. Gli anni di Silvione che ci ha lasciato anche questa pesante eredità.

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