GIOCHI DI SOCIETA'
Un tempo li
chiamavamo giochi di società. Migliore, probabilmente, la definizione di giochi
da tavolo. Ci si mette, appunto, intorno a un tavolo, parenti, conoscenti,
amici e amici di amici e chi se ne importa, l’unica cosa che conta è conoscere
le regole del gioco. Ecco, ci sono delle regole da seguire e rispettare e non
sempre vince chi è più bravo. A volte, la fortuna è più importante delle
capacità e come diceva qualche vecchio saggio meglio un generale fortunato che
uno bravo.
Nel fine settimana si sono svolte in Molise le elezioni amministrative e a leggere (sommariamente) i numeri sembrerebbe che la destra abbia ancora una volta trionfato. Il candidato dello schieramento fondato dal povero Silvione già nel 1994 e rinforzato per l’occasione dalle truppe cammellate di Italia Viva di Matteo Renzi ha stravinto contro il cosiddetto campo largo, ovvero quell’accozzaglia di sigle e partiti di centro sinistra che fa perno, soprattutto, sul PD e sul Movimento Cinque Stelle. Un sessantaquattro a trentasei o giù di lì, insomma un successo netto e senza discussioni. Poi, però, c’è un altro dato che dovrebbe suscitare dibattiti e discussioni ben più ampi e approfonditi. Ha votato soltanto il quarantotto per cento degli aventi diritto, ecco, più della metà degli elettori è rimasto a casa. E ciò significa che chi governerà la regione gode del consenso, circa, di un cittadino molisano su quattro. E’, in fondo, quel che accade anche a livello nazionale nonostante che gli attuali governanti dichiarino, un giorno sì e l’altro pure, che godono del consenso della maggioranza degli italiana. Ma de che?
Chi non vota non esprime il proprio consenso a favore della coalizione vincente. Ma non fa, in realtà, neanche il contrario. E la legittima scelta di tanti soggetti di disertare le urne non si traduce in una partecipazione politica in altre e, forse, più consapevoli e virtuose forme. E, allora, bisognerebbe indagarne le cause, individuando, soprattutto, la natura sociale di coloro che, ormai da tempo, hanno smesso di recarsi alle urne. Ma che non scendono neanche in piazza, non cercano soluzioni collettive e condivise magari con altri nella loro stessa condizione. Magari si affidano, unicamente, alla ricerca della svolta individuale. E’ una società dove non si fa più politica, una brutta malattia, un dramma sociale conseguenza degli ultimi decenni di vita politica e sociale. Gli anni di Silvione che ci ha lasciato anche questa pesante eredità.
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