MUSICA MUSICA

Non ho mai suonato un pianoforte. Anche perché non ne ho mai posseduto uno. Anzi, e se non ricordo male, c’era un pianoforte in un centro sociale che frequentavo assiduamente. E, qualche volta, toccavo alcuni tasti per sentire il suono che usciva fuori. Per celia o per avere ancor più consapevolezza di quanto fossi una schiappa con gli strumenti musicali che, quel talento lì ammesso e non concesso che potessi disporre, appunto, di qualche talento, proprio non mi apparteneva.

Non ho mai suonato neanche un violino, anche se le immagini di quelle creature dolci, eleganti e raffinate che si portano questo delicato arnese quasi al mento e con una piccolo archetto fanno partire deliziose note quasi mi commuove.

La chitarra, beh, c’è stato un tempo nel quale era assai facile trovare qualcuno che suonasse la chitarra. A me capitò un amico che tentò d’insegnarmi le note più semplici, quelle basiche insomma. Niente da fare, mollai dopo i primi tentativi andati a male nonostante il mio amico m’incitasse, dicendomi, dai che non è così difficile!

Il flauto, invece, faceva parte del programma ministeriale di terza media nella disciplina di educazione musicale. Prima, la materia in questione si chiamava semplicemente musica, poi, con le riforme degli anni settanta nel tentativo di dare al mondo della scuola istituzioni più democratiche e maggiormente rispondenti alle trasformazioni sociali, bla bla bla, musica diventò educazione musicale. Solo che di educazione nella mia classe ce n'era ben poca e l’ora di musica, o di educazione musicale che dir si voglia, era considerata una specie di momento ludico e ricreativo durante la quale si poteva fare di tutto e di più. Anche usare i flauti come oggetti contundenti, o esultare o quasi quando la prof di musica (ricordo che proprio a lei toccò quest’ingrato compito) ci comunicò la ferale notizia del ritrovamento del cadavere del politico democristiano Aldo Moro.

L’unico strumento, insomma, che ho suonato è un tamburo allo stadio. Ne avevamo tanti tutti legati uno vicino all’altro per accompagnare il tifo e i cori della curva. Tornavo a casa con le mani piene di calli, neanche avessi fatto qualche pesante lavoro manuale, ma orgoglioso di aver dato il mio contributo alla squadra in campo che, sperabilmente, si era battuta con tutte le sue forze. Poi da quella curva i tamburi sparirono perché bisognava fare il tifo all’inglese e, qualcuno, ogni tanto ne parla con nostalgia o li rimpiange addirittura. Io, invece, dopo aver trascorso una bella serata a guardare giovani allievi di una scuola di musica suonare deliziosamente i loro strumenti, non posso che ritornare alla mente a quell’unico strumento suonato con una certa assiduità. Ricordandomi che, in fondo, non ero così malaccio.

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