GARANTISTI
A SENSO ALTERNO
La
drammatica vicenda di Alfredo Cospito, l’anarchico per il quale è stato
disposto il regime carcerario del 41 bis, ha mostrato, sempre che ce ne fosse
bisogno, tutte le ipocrisie e le contraddizioni di coloro che, in questi anni,
si sono dichiarati sinceri garantisti.
Si parla,
con una buona dose di ridicolo, della questione delle intercettazioni. O meglio
del loro utilizzo nell'attività investigativa e nella possibilità di
pubblicarle su giornali o altri contenitori informativi. Falsi problemi.
In realtà la
questione del garantismo serve, evidentemente, a ribadire e con forza la
volontà di definire la giustizia in forme diverse a seconda dei soggetti ai
quali si rivolge. Assolutamente rispettosa dei diritti dell’indagato o
dell’imputato, se trattasi di reati commessi dai cosiddetti ‘colletti bianchi’,
tangentari, politici più o meno ladri, imprenditori che violano
sistematicamente norme e regole per far profitti e quant'altro. Dall'altra
parte della barricata un esercito di disperati che popolano le carceri sempre
più affollate.
In un paese civile, meglio dire all'interno di una società civile, la drammatica vicenda dell’anarchico Cospito porterebbe a riflettere su questioni ben più profonde come quelle derivanti dalla necessità del carcere come misura sanzionatoria o, almeno, sull'applicazione di alcune norme costituzionali. In particolare, l’articolo 27 che afferma il divieto di trattamenti (penitenziari) contrari al senso di umanità e parlando, forse troppo ambiziosamente e anche ambiguamente di rieducazione del condannato. Tutto il contrario, insomma, di quella vulgata giustizialista che invoca la tolleranza zero e considera le carceri come vere e proprie discariche sociali. Un paese civile non dovrebbe permettere questo. E sarebbe necessario che la parte migliore della società, partendo dalla coraggiosa dimostrazione dell’anarchico Cospito, prenda voce su aspetti così importanti per la tenuta civile di questo malandato paese.
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