LEVA MILITARE

Non ho fatto il militare e lo affermo senza alcun rimpianto. Feci i cosiddetti ‘tre giorni’ nella zona nord di Roma affollata di uffici militari. Tre giorni che, poi e chissà perché, diventarono due. Test d’intelligenza da aspiranti beoti, qualche sommaria visita, graduati che andavano e venivano rivolgendosi a quei ragazzi ai quali era stata sottratta una bella giornata di vacanza magari al mare con un piglio militare da parodia, quindi tutti a casa prima del tempo. Era d’estate, tanti ma tanti anni fa.

La leva obbligatoria fu abolita in Italia con una legge dell’anno 2004 che porta il nome dell’allora ministro della difesa, Antonio Martino di Forza Italia.

Ora qualche sciagurato campione della destra nostrana vorrebbe riproporre la leva obbligatoria, ovvero, sottrarre a ragazzi e ragazze un anno della loro preziosa gioventù per abituarsi ai disagi e alle fatiche della vita militare. Servirebbe a insegnare educazione e rispetto, ha tuonato questo bel fenomeno del quale è meglio non spendere il nome.

Si potrebbe semplicemente sorridere di fronte a un’idea così insensata e fuori tempo massimo ma, invece, la cosa è ben più grave di quel che sembri. Pensare che il servizio militare e la vita da caserma possano insegnare qualcosa ai giovani italiani racchiude un pericoloso concetto di stato etico. Di uno stato e, più in generale, di una società basata sul disciplinamento e sulle gerarchie sociali. Dove, evidentemente, occorre accettare la propria condizione sociale senza opporsi né ribellarsi accettando uno status quo basato sull’ingiustizia e sulle discriminazioni sociali. La leva obbligatoria riproposta come i peperoni dopo la cena da qualche scienziato della nostra politica sottende anche questo. Meglio non riderci troppo sopra.  

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