IL PORTIERE

Ai tempi dorati (?) dell’infanzia, quando si scendeva (quotidianamente) in cortile, c’era sempre qualcuno che portava un pallone. E quando si raggiungeva un numero sufficiente di aspiranti giocatori, si procedeva con la formazione delle ‘squadre’ con quel meccanismo assai duro e spietato delle ‘conte’ che quelli della mia generazione ricorderanno sicuramente.

Ma, una volta formate le squadre, fatte le porte e stabilite alcune sommarie regole di gioco, tipo il battimuro vale o tre corner è rigore, bisognava trovare qualcuno che si mettesse in porta.

Ecco, il ruolo del portiere, il ruolo più particolare e solitario che esiste in alcuni sport di squadra e specialmente nel calcio.

Sempre tornando agli anni dell’infanzia, un portiere ‘vero’, ovvero uno che aveva davvero scelto di fare quel mestiere con o senza guanti a proteggere le proprie mani da tiri scagliati potentemente o con raffinata precisione, lo trovavi soltanto durante gli allenamenti con la squadra di quartiere. Quando, invece, si giocavano in cortile quelle partite che duravano interi pomeriggi, il portiere era un ruolo ‘ballerino’, si stava in porta un po’ per uno secondo norme stabilite perentoriamente. Cinque o dieci minuti ciascuno, oppure, si cambia a ogni gol preso. Poi, prima della partitella pomeridiana, quando ci si riscaldava in attesa che la compagnia di amici giocatori raggiungesse il numero legale, si facevano passaggi e tiri in porta e chi para va in porta, ovvero, il malcapitato pedatore che avesse visto il suo tiro respinto dall’improvvisato portiere di turno doveva espiare la sua pena andando a sua volta, per l’appunto, in porta.

Il portiere era considerato un ruolo da solitari o, addirittura, da ‘matto’ anche se la saggezza di Dino Zoff, il portiere della nazionale addirittura, sconfessava questa singolare affermazione.

Poi c’erano altri portieri. Ad esempio, quelli di condomini privati solitamente assai borghesi. E ricordo bene di averli sinceramente detestati soprattutto durante il periodo nel quale svolgevo un piccolo lavoretto precario di distributore di volantini nelle cassette postali. Allora e spesso m’imbattevo in questi portieri che non portavano l’affascinante divisa degli estremi difensori delle squadre di calcio, non avevano guanti neanche d’inverno ma, a modo loro, difendevano quel fortino costituito da palazzine abitate da residenti per lo più borghesi talvolta ossessionati dall’eventualità che nella loro palazzina s’insinuasse qualche sconosciuto, magari un ladro pronto a svaligiargli casa. Portieri che non volevano affatto che le cassette postali dei propri condomini fossero insozzate da tutti quei volantini pubblicitari che invitavano a recarsi presso qualche nota società immobiliare per vendere le proprie case o a fare una vacanza al mare o in montagna o un viaggio a Lourdes. E, allora, bisognava approntare tattiche fantasiose ed efficaci per cogliere il portiere di sorpresa e proporre a quei malcapitati condomini una bella spesa in qualche nuova catena di supermercati.

Però una cosa in fondo accomunava questi portieri a quelli che difendevano la porta in un campo di calcio. La solitudine rotta soltanto dall’incontro con qualche condomino che rientrava o usciva da casa, salutando cordialmente o chiedendo qualche cortesia. Una pausa alla solitudine imposta da quel particolare mestiere come il portiere che, solitario e fermo davanti alla sua porta guarda i suoi compagni attaccare verso quella avversaria finché la sua tranquillità e la propria solitudine non viene rotta da un avversario che, improvvisamente, gli si materializza davanti pronto a metterlo alla prova scagliando il suo potente e preciso tiro. Allora il portiere viene osservato da tutti i compagni e dagli avversari, nonché dagli spettatori pronti a tributargli un applauso o a maledirlo nel caso afferri il pallone scagliato contro la sua porta o compia una prodezza. Oppure a insultarlo o sbeffeggiarlo. E allora, magari, si ritrova a rimpiangere quella malinconica ma rassicurante solitudine che lo accompagnava fino a qualche minuto prima.

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