COATTI ANTICHI
Coatto è un termine che deriva dal latino ‘coactus’ , participio del verbo cogere e che indica un qualcosa di costretto, di forzato. In ambito giuridico si parla di provvedimento coatto quando è imposto da un’autorità.
Uscendo, tuttavia, da queste raffinate disquisizioni linguistiche, quando pensiamo alla parola ‘coatto’, immaginiamo uno di quei personaggi divertenti e stravaganti che, ad esempio, hanno fatto la fortuna di Carlo Verdone nei suoi primi e spassosissimi film.
Il coatto degli anni settanta e, se vogliamo, dei primi anni ottanta, era un personaggio che vestiva in modo eccentrico con abiti preferibilmente molto colorati e vistosi che, certamente, non passavano inosservati, che si esprimeva con un linguaggio che andava oltre il classico dialetto per inventare nuovi idiomi e un originale gergo. Il coatto di quegli anni ormai lontani, dietro all’apparente scorza di soggetto duro e svezzato a qualsiasi disavventura terrena, nascondeva una profonda fragilità e, tutto sommato, un’insospettabile dolcezza. Il coatto degli anni settanta e dei primi ottanta, conservato successivamente soltanto in pochi individui che non si sono arresi alle trasformazioni del tempo e hanno mantenuto la loro originaria identità, era profondamente umano.
A Roma coatto, altrove definito in altro modo. A Milano ad esempio, come mi spiegò con un’accurata disamina un’amica, c’erano i tamarri e, oltre, i truzzi, soggetti evidentemente al confine tra l’umano e il sub umano.
Esistono ancora questi coatti che, per comodità, possiamo definire antichi? Ne sopravvivono, come scrivevo sopra, ben pochi, ultimi esemplari di una specie antropologica in via d’estinzione. Sostituiti da altre espressioni umane. Il coatto dei giorni nostri non fa sorridere, anzi, talvolta fa rabbia. E’ aggressivo, a differenza del suo antenato tende a mascherare qualsiasi difetto fisico con un’ossessiva cultura del fisico. Palestrato e tatuato, preferisce la stagione estiva e le spiagge affollate dove può mettere in mostra i suoi muscoli allenati durante i lunghi mesi invernali. Il coatto moderno disprezza il sapere, i libri e anche i giornali e, credo, non offrirebbe alcuno spunto per una bella e divertente commedia da guardare al cinema. Insomma, non ci sono più i coatti di una volta come quel personaggio del film ‘Un sacco bello’ di Carlo Verdone che cercava disperatamente un compagno di viaggio per un ferragosto da trascorrere in Polonia a Cracovia. Oggi i coatti vanno anche alle Maldive o, se gli va male, in qualche villaggio turistico a godersi l’animazione. Mentre espongono i loro vistosi tatuaggi. Ieri, su una spiaggia del litorale romano ne ho visto uno assai singolare. Una scritta recante una citazione latina. Numquam quescere. Mai fermarsi. Poveraccio, ho pensato. E ridateci il coatto antico con la camicia hawaiana, i peli disordinati ben visibili e un po’ di pancetta. Profondamente umano.

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