INFAMI E CITTADINI
Sono nato e cresciuto in quartieri periferici. Ai margini del centro cittadino raggiungibile con mezzi privati o, più frequentemente, con la metropolitana o altri mezzi di trasporto pubblici. Forte del mio vissuto e della mia estrazione sociale potrei scrivere tranquillamente su un mio profilo social di aver frequentato l’università della strada. Lo scrivo per celia e me ne guardo bene. Ecco, l’università della strada, ripensandoci mi tornano in mente alcuni codici morali e d’onore che valevano e contavano quando ero un ragazzino in quelle strade di periferia. Certi comportamenti erano importanti, e bisognava evitare a ogni costo atteggiamenti che potessero costare l’etichettatura da infame.
Gli infami erano quelli che facevano la spia, quelli che se la prendevano con i più deboli, che non mostravano solidarietà, che si tiravano indietro. Ecco, sia chiaro, non sempre il marchio d’infamità veniva attribuito correttamente e, spesso, era il corollario di codici d’onore (come scrivevo sopra) che facevano riferimento a modelli di vita violenti e omertosi.
Pensavo a questo concetto d’infamità sfogliando questa mattina le pagine di alcuni quotidiani on line. Tra le notizie del giorno la discussione alla camera dei deputati del disegno di legge sul cosiddetto ‘ius scholae’. Ovvero, la concessione della cittadinanza italiana a quei ragazzi che hanno completato un percorso scolastico in Italia di almeno cinque anni anche se ancora minorenni. Un disegno di legge minimale rispetto a quello più sostanzioso del ‘ius soli’ ma che, comunque, solleva la rabbia, l’indignazione, il netto rifiuto di una consistente quota del parlamento italiano. Soprattutto, s’intende, tra i banchi della Lega e di Fratelli d’Italia. Parlamentari, segretari e segretarie di partito, che vorrebbero subordinare la concessione della cittadinanza italiana a criteri ben più stringenti, talvolta fantasiosi e grotteschi, si pensi alla necessità di conoscere le sagre locali come da emendamento regolarmente presentato alla camera da un gruppo di ‘onorevoli’ leghisti. Altri rivendicano la loro contrarietà al provvedimento adducendo, addirittura, la necessità di tutelare la libertà di scelta del minore straniero. E se questo ragazzo preferisse mantenere la cittadinanza del paese d’origine? Pretesti s’intende per disvelare gli impulsi razzisti di questi loschi figuri che, tra un anno o giù di lì, potrebbero governare questo malandato paese.
Per conto mio, di fronte a certe esternazioni e alla ferrea volontà di negare diritti sacrosanti a ragazzini che non hanno neanche compiuto diciotto anni tornano in mente i vecchi codici di periferia. E quell’etichetta d’infami che, in questo caso, ben s’incollerebbe a questi personaggi che per tener fede alle loro strampalate idee o guadagnare qualche consenso se la prendono anche con i bambini.

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